L’immagine presenta «Potere alla sbarra», il volume che raccoglie la mia trilogia sulla vicenda ENPAM–Alberto Oliveti. Accompagna l’articolo e il video del mio intervento al convegno «Il randello giudiziario»: dalla dismissione degli immobili ENPAM alla vendita dell’appartamento in cui abitavo, dal diritto di prelazione che ritengo violato ai procedimenti per diffamazione seguiti alle mie pubblicazioni. Una vicenda personale che solleva domande sulla gestione del patrimonio previdenziale, sulla trasparenza e sul diritto di critica.
Dalla vendita della casa in cui abitavo ai procedimenti giudiziari: la mia vicenda ENPAM, raccontata attraverso i documenti nel video dell’intervento al convegno «Il randello giudiziario».

Dalla mia pensione alla dismissione degli immobili: documenti, cifre e interrogativi che attendono risposte. Ci sono vicende personali che, a un certo punto, cessano di essere soltanto personali. Ma diventano collettive. La mia storia con l’ENPAM è una di queste.

Il 28 Luglio 1976, a 24 anni, quando conseguii all'Università La Sapienza di Roma la Laurea in Medicina e Chirurgia con 110 e lode e pubblicazione della tesi. Da allora esercito la professione medica. Per 44 anni ho versato contributi previdenziali all’ENPAM, fino all’età di 68 anni previsti per il pensionamento. Questo mese, settembre 2026, la mia pensione ENPAM è stata di 233,40 euro: è l’importo effettivamente accreditato sul mio conto. Oggi percepisco una pensione ENPAM che, nell’ultimo accredito di settembre 2026, è stata di 233,40 euro. Non è una cifra approssimativa. 

C’è un altro numero che merita attenzione: il primo accredito pensionistico visibile presso questa sede bancaria sulla quale ho successivamente trasferito la pensione risale all’aprile 2024 ed era pari a 259,51 euro. Nel settembre 2026 l'accredito è stato di 233,40 euro. Non è aumentata la mia pensione in due anni e cinque mesi! Ma diminuita di 26 euro! C’è qualcosa che non torna!

Dopo aver concluso, il 1° Aprile 2010,  la mia attività ospedaliera svolta per 32 anni a tempo pieno, e fino al 2022, la mia attività professionale è stata pressoché inesistente o comunque molto saltuaria. Dal 2023 ho ripreso a lavorare in ospedale con maggiore regolarità, in regime di partita IVA, versando all’ENPAM, sui redditi professionali prodotti, i contributi previdenziali alla Quota B, fino anche a cifre superiori a 8.000 euro l'anno.

E qui nasce un’altra domanda: quanto ho versato alla Quota B dal 2023 a oggi e quale incremento pensionistico hanno prodotto questi contributi? E perché, nonostante i nuovi versamenti, l’importo netto che mi viene accreditato oggi è inferiore a quello del 2024?

L’ENPAM amministra un patrimonio costruito attraverso i contributi dei medici e degli odontoiatri. Chiedere trasparenza sulla gestione di quelle risorse non significa, a mio giudizio, attaccare l’Ente, ma esercitare un diritto.

La mia vicenda nasce anche dalla dismissione del patrimonio immobiliare ENPAM e dalla vendita dell’appartamento nel quale avevo vissuto per 20 anni, dopo complessivi 35 anni come inquilina dell’Ente, sempre in regola con pagamenti e oneri richiesti. Ho contestato modalità e condizioni della procedura, comprese alcune clausole che non volli sottoscrivere e la questione del diritto di prelazione, che ritengo sia stato violato. L’appartamento fu successivamente venduto a un’altra acquirente per 310.000 euro, mentre a me era stato proposto un prezzo superiore. Ho documentato negli anni questa vicenda attraverso contratti, lettere, PEC, atti notarili e documentazione giudiziaria. Non chiedo di credere alla mia parola: chiedo che siano letti i documenti.

La lettera del 25 febbraio 2020

Il 25 febbraio 2020 il presidente dell’ENPAM Alberto Oliveti firmò una lettera inviata a una vastissima platea istituzionale: Ordini professionali, FNOMCeO, CAO, organizzazioni sindacali e altri destinatari del mondo medico. Io ero al centro di quella comunicazione, che tuttavia non fu indirizzata a me. Le mie ricostruzioni venivano definite, tra l’altro, “farneticante”, “strampalate ricostruzioni” e “castello di carte”. Da giornalista, medico e iscritta all’ENPAM continuo quindi a chiedere: perché parlare di me a una platea così vasta senza inviare quella stessa comunicazione direttamente a me e senza consentirmi contestualmente di replicare? La lettera arrivò inoltre a pochi mesi dalle elezioni ENPAM del giugno 2020. È un dato cronologico: non attribuisco intenzioni, ma pongo una domanda sul significato e sugli effetti di una comunicazione istituzionale diffusa in quel momento e a quella platea.

Dal 2020 al 2025: ancora il mio nome e la mia immagine

Il 17 aprile 2025 sul sito dell’ENPAM e sul Giornale della Previdenza dei Medici e degli Odontoiatri venne pubblicata la notizia della mia condanna per diffamazione aggravata nei confronti del presidente Alberto Oliveti, accompagnata dalla mia fotografia. La sentenza era di primo grado ( ma nell'articolo era stato omesso questo particolare) ed è stata da me impugnata. Due mesi dopo, Giugno 2025, nel numero 4/2025 del Giornale della Previdenza, il mio nome e la mia fotografia comparvero nuovamente insieme a un ampio resoconto della sentenza e delle sue motivazioni, precisando anche che avevo presentato appello. È questa reiterazione a sollevare una domanda: quale interesse previdenziale per gli iscritti giustificava una simile esposizione, ripetuta nel tempo, del mio nome, della mia fotografia e della vicenda giudiziaria? E quale effetto poteva produrre sulla reputazione di un medico, giornalista e iscritta all’ENPAM l’associazione reiterata della sua immagine a una condanna non definitiva?

La mia risposta fu affidata, ancora una volta, alla parola e ai documenti. Dopo la pubblicazione del 17 aprile non rimasi in silenzio e non mi lasciai intimidire da quella condanna di primo grado: continuai a scrivere, documentare e porre domande. Da quella vicenda nacquero tre libri: Il potere non vuole testimoni, Scacco Matto e Danni esistenziali e collaterali. Non sostengo che una condanna possa essere ignorata: esiste ed è stata impugnata. Ma una condanna per diffamazione non può trasformarsi, di per sé, nell’obbligo di tacere per il futuro. Ho continuato a scrivere assumendomi la responsabilità delle mie parole e fondando ciò che pubblico sui documenti e sui fatti che ritengo di poter dimostrare. È questo il punto: non rivendico il diritto di diffamare nessuno. Rivendico il diritto di continuare a fare domande, esercitare la critica e pubblicare fatti documentati, anche dopo una condanna non definitiva.

Una sentenza può essere impugnata. Una reputazione, una volta colpita davanti a migliaia di colleghi, è molto più difficile da ricostruire.

Le domande e i tribunali

Da questa vicenda è nato un lungo contenzioso. Ho continuato a pubblicare documenti, formulare domande e criticare ciò che ritenevo dovesse essere chiarito. Ne sono derivati diversi procedimenti per diffamazione a mezzo stampa promossi nei miei confronti. Parallelamente, iniziative giudiziarie da me intraprese hanno avuto esiti diversi, comprese archiviazioni. La domanda che pongo è questa: i documenti, le circostanze e le questioni da me sollevate sono stati esaminati con la stessa attenzione riservata alle parole con cui li ho denunciati pubblicamente? Non chiedo privilegi. Chiedo che anche chi critica un ente previdenziale possa documentare, domandare e ricevere risposte. Una questione arrivata in Parlamento

Nel 2026 la vicenda ENPAM è entrata anche nel dibattito parlamentare attraverso iniziative riguardanti l’Ente e la sua gestione. Nel dibattito pubblico è emersa inoltre la vicenda relativa ai compensi del presidente Alberto Oliveti e all’iniziativa della Corte dei conti del Lazio per un presunto danno erariale di circa 1,97 milioni di euro. Il procedimento deve seguire il proprio corso e le eventuali responsabilità devono essere accertate nelle sedi competenti. Ma proprio per questo le domande sulla gestione dell’ENPAM non possono essere liquidate come fastidiose, strampalate o farneticanti: riguardano un ente previdenziale e i suoi iscritti.

233,40 euro

Alla fine torno da dove sono partita.

233,40 euro.

È quanto mi è stato accreditato nel settembre 2026 dopo 44 anni di contribuzione ENPAM. La pensione viene corrisposta per 12 mensilità, senza tredicesima. Dal 2023 ho ripreso a lavorare in ospedale e continuo a versare contributi alla Quota B. Nell’aprile 2024 l’accredito visibile sul mio attuale conto era di 259,51 euro. Nel settembre 2026 è di 233,40 euro. Non utilizzo questi numeri per formulare una sentenza, ma per porre una domanda: Quanto ho versato all’ENPAM durante la mia vita professionale, quanto continuo a versare e attraverso quali calcoli si arriva oggi a questa pensione?

È una domanda che riguarda me, ma credo riguardi anche i medici che versano obbligatoriamente i propri contributi e hanno diritto di sapere come vengono amministrati e quale trattamento previdenziale producono. E resta un ultimo interrogativo: che cosa accade a un iscritto quando pone domande scomode, documenta ciò che ritiene meritevole di chiarimento e insiste nel chiedere risposte?

La mia vicenda non è l’unica. Altri medici hanno sollevato questioni critiche sull’ENPAM e raccontato conseguenze che meritano di essere esaminate sulla base dei documenti. Siamo ancora nel terreno del legittimo confronto, anche aspro, oppure esiste il rischio che la risposta alle domande finisca per trasformarsi in una pressione su chi le pone? Non formulo una sentenza. Chiedo che siano i fatti, gli atti e i documenti a dare la risposta.

Nel video che accompagna questo articolo mostro documenti, date, cifre e atti della mia vicenda.

Le diapositive che vi compaiono sono quelle proiettate durante la mia relazione al convegno tenuto a Roma il 19 settembre 2026. Per chi desidera esaminarle direttamente, sono disponibili anche separatamente e possono essere scaricate e consultate cliccando su “Il Randello Giudiziario”, 

Chiedo risposte.

E continuerò a fare ciò che un giornalista deve poter fare: documentare, verificare, pubblicare e porre domande.

Guarda qui il video del mio intervento del 19 Settembre 2026: 

Link al Dossier Enpam