Dal Diario dal ghetto alla marcia verso Treblinka. Il dovere della memoria e l’allarme per il ritorno dell’antisemitismo
7 ottobre 2026
Ricordare Janusz Korczak significa parlare anche del presente e delle responsabilità che ci riguardano. La sua storia ci interroga su ciò che ciascuno di noi può fare quando tutto intorno spinge a rinunciare alla dignità, alla responsabilità e alla cura dell’altro.
La storia di Janusz Korczak è una di queste.
Il suo vero nome era Henryk Goldszmit. Ebreo polacco, medico, pediatra, scrittore ed educatore, nacque a Varsavia nel 1878 o nel 1879. Dopo gli studi in medicina, lavorò all’ospedale pediatrico Berson e Bauman della sua città. Nel 1912 assunse la direzione del Dom Sierot, la Casa degli orfani ebrei di Varsavia, alla cui vita dedicò anni di lavoro e di pensiero.
Sono pediatra anch’io. Per questo, quando leggo la sua storia, non vedo soltanto una figura consegnata ai libri. Penso a un medico che conosceva la fragilità dei bambini e aveva scelto di farsene carico; a un uomo che ne difendeva il diritto a essere ascoltati, rispettati, trattati come persone. Non creature incomplete, in attesa di diventare adulte: persone già presenti, con bisogni e dignità propri.
Quando l’occupazione nazista trasformò Varsavia e gli ebrei furono rinchiusi nel ghetto, anche l’orfanotrofio venne trasferito al suo interno. Korczak continuò a prendersi cura dei bambini in condizioni sempre più disperate, cercando cibo e medicine e provando a proteggere la loro salute e il loro equilibrio. Il Diario dal ghetto, scritto negli ultimi mesi della sua vita, conserva questa quotidianità: la fatica di mantenere una parvenza di normalità mentre la fame, la malattia e la paura stringevano ogni spazio.
Nell’estate del 1942 iniziarono le deportazioni di massa dal ghetto di Varsavia al centro di sterminio di Treblinka. Gli amici polacchi di Korczak gli offrirono di aiutarlo a fuggire, nascondendolo o cercando di procurargli documenti d’identità falsi. Non risulta, nelle fonti storiche che ho consultato, che avesse un salvacondotto formale. Risulta invece che non volle mettersi in salvo separandosi dai bambini: con il personale dell’orfanotrofio continuò ad assisterli fino alla deportazione.
Il 5 o 6 agosto 1942 — le ricostruzioni riportano entrambe le date — Korczak, Stefania Wilczyńska e gli altri educatori accompagnarono circa duecento bambini verso l’Umschlagplatz, il punto da cui partivano i convogli. Yad Vashem indica il numero di 192 orfani. Furono deportati a Treblinka e uccisi. Korczak rimase con loro fino alla fine.
Si poteva salvare? Le offerte di fuga documentate dicono che Korczak avrebbe potuto almeno tentare. Scelse di non lasciare i bambini. È giusto raccontare questa scelta senza trasformarla in una leggenda: il suo gesto non cancella l’orrore che li attendeva e non rende meno ingiusta la loro morte. Ci mostra però la forma estrema della sua responsabilità. Non li abbandonò quando non poteva più proteggerli dalla deportazione; rimase accanto a loro, condividendone il destino.
Il 7 ottobre 2023 è anche una data di dolore per le vittime dell’attacco di Hamas e di altri gruppi armati contro Israele, per le persone rapite e per le famiglie colpite. Ricordare questi fatti non significa sovrapporre vicende storiche diverse. Significa riconoscere ogni vittima, rifiutare l’odio antiebraico e difendere la memoria senza confondere la Shoah con altri eventi.
L’antisemitismo non appartiene soltanto ai libri di storia. Il rapporto annuale della Fondazione CDEC sugli episodi registrati in Italia nel 2025 descrive una crescita forte e preoccupante. Sono stati classificati 963 episodi, il doppio rispetto al 2023 e quattro volte quelli del 2022. Sono dati che chiedono ascolto e responsabilità: dietro ogni segnalazione può esserci una minaccia, un’aggressione, una discriminazione, una persona costretta a nascondere la propria identità per paura.
Ricordare Janusz Korczak significa onorare il pediatra, il medico, l’educatore e lo scrittore. Ma significa anche ricordare i bambini che accompagnò: non una folla indistinta, ma quasi duecento vite, ciascuna con un nome e un futuro che avrebbe dovuto poter esistere.
Come pediatra, penso a loro e a tutti i bambini che dipendono dalla cura e dalla responsabilità degli adulti. Penso al dovere di non abituarci alle parole che disumanizzano, alle vite considerate sacrificabili, all’odio che torna a presentarsi come se fosse normale.
La memoria deve diventare attenzione, parola e azione. Dobbiamo operare perché ciò che è accaduto non si ripeta; perché nessun bambino venga più perseguitato per la propria origine o la propria fede; perché ogni persona ebrea possa vivere senza paura e senza dover nascondere chi è.
A Janusz Korczak, che non abbandonò i suoi bambini. Ai circa duecento orfani deportati con lui. Agli ebrei perseguitati, ieri e oggi. A chi sceglie di custodire la memoria e di agire perché tutto questo non accada di nuovo.
