La fede mi sostiene, anche nei momenti di amarezza. Alla giustizia degli uomini continuo a chiedere verità; alla giustizia di Dio affido ciò che ancora attende risposta.

«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Matteo 16,18). Nella fede trovo la forza di affrontare le ingiustizie, di non arrendermi e di continuare a chiedere verità e giustizia. L’amarezza non avrà l’ultima parola.

Oggi è una di quelle giornate che ti prendono allo stomaco. Ripenso al lavoro fatto, agli abusi che tanti medici hanno denunciato, alle domande rimaste senza risposta. E sento tutta la fatica di una battaglia in cui ogni parola va pesata, perché può essere estrapolata e usata contro chi l’ha scritta. Per un momento ti chiedi se abbia ancora senso andare avanti. Il sistema sembra troppo grande, troppo chiuso, troppo difficile da scalfire. Poi capisci che fermarsi vorrebbe dire lasciare che tutto il lavoro fatto, tutti i documenti raccolti e tutte le richieste di verità cadano nel silenzio. E che il silenzio finirebbe per favorire proprio chi sperava di far tacere queste domande.

Non possiamo smettere di parlare. Non possiamo voltare lo sguardo dall’altra parte. Per i medici che hanno subito ingiustizie, per chi ha trovato il coraggio di raccontarle, per una società che ha diritto di conoscere ciò che accade. Mi auguro che chi è chiamato a esaminare gli atti possa farlo fino in fondo, con indipendenza e attenzione. Che le denunce, gli esposti e le richieste di giustizia presentati in questi anni siano finalmente considerati nel loro insieme. Le interrogazioni parlamentari non dovrebbero esaurirsi in risposte che lasciano intatti i dubbi: il Parlamento ha il dovere di ascoltare e di chiedere conto. A volte mi domando se siamo ancora in un tempo in cui parlare per denunciare ciò che si ritiene ingiusto possa costare così caro. E mi chiedo quanto sia grande il potere che si cerca di scardinare: una sola testa, o molte? Forse un’Idra, con tante teste. Ma anche le domande più scomode meritano di essere poste.

Oggi prevale l’amarezza. La stanchezza è vera. Ma non voglio consegnare alla rassegnazione il lavoro di tanti anni. Continuo a sperare che la verità possa essere ascoltata e che qualcosa, finalmente, cambi. Scrivo con cautela, come ormai mi accade ogni volta. Ma tacere non può diventare l’unica forma di prudenza.
La fede mi sostiene: affido a Dio le domande che ancora attendono risposta e continuo a sperare che la verità trovi ascolto.