Alberto Stasi e Michele Nardi: due vicende giudiziarie diverse che offrono lo spunto per riflettere sulla verifica delle prove, sul ragionevole dubbio e sulla responsabilità della giustizia. Nell’articolo, Ernesta Adele Marando ripercorre il proprio lavoro giornalistico sul caso Nardi, dall’ascolto delle udienze alla lunga videointervista, e ribadisce il diritto di porre domande fondate, nel rispetto dei procedimenti e delle persone coinvolte.
Alberto Stasi e Michele Nardi: due vicende diverse, una domanda comune sul dovere della giustizia di riesaminare se stessa. Documenti, prove e contraddittorio: la ricerca della verità non può fermarsi.

Ho ascoltato l’accusa. Ho ascoltato la difesa. Ho ascoltato Michele Nardi. Non soltanto, dunque, ciò che del processo veniva raccontato all’esterno, ma il processo nelle sue diverse voci. Poi Michele Nardi l’ho incontrato personalmente.

Il 10 gennaio 2021, a Trani, realizzai una lunga videointervista a Michele Nardi.

Il Dr. Nardi si trovava allora agli arresti domiciliari dopo la detenzione in carcere. L’incontro avvenne a casa di sua madre e fu possibile in seguito all’autorizzazione dell’autorità giudiziaria.

Il titolo che scelsi allora fu forte:

Michele Nardi, un magistrato scomodo

Oggi, a distanza di quasi sei anni e mentre il processo d’appello è ancora in corso, ritengo che quella lunga intervista meriti di essere riascoltata attentamente e integralmente. Non perché le dichiarazioni di un imputato debbano essere considerate automaticamente verità. Non lo sono. Ma perché Michele Nardi, davanti alla mia telecamera, affermò con forza la propria innocenza e spiegò diffusamente le ragioni sulle quali fondava quella posizione, richiamando fatti, circostanze e documenti che riteneva incompatibili con la ricostruzione accusatoria. Parlò del processo, della detenzione, del clima mediatico che, a suo giudizio, aveva accompagnato la vicenda. E spiegò perché continuasse a proclamarsi innocente.

UN PASSAGGIO DELL’INTERVISTA CHE MI RIGUARDAVA DIRETTAMENTE

Durante quella conversazione emerse anche una circostanza che mi riguardava personalmente. Nel passaggio della videointervista compreso tra il minuto 26 e il minuto 27 e 40 secondi circa, Nardi aveva tra le mani il provvedimento con cui era stata autorizzata la mia presenza per realizzare l’intervista. Mi disse che la Procura aveva espresso parere contrario e lesse questo passaggio: «Si prende atto del parere contrario espresso dal pm evidenziato come esso si fondi su un asserito travisamento delle emergenze processuali che sarebbe stato operato dalla suindicata giornalista in occasione di pregressi articoli inerenti al processo celebrato nei confronti del predetto imputato». La «suindicata giornalista» ero io. Era una circostanza che mi colpì allora e che considero significativa ancora oggi. Per una ragione molto semplice: io quel processo lo avevo seguito. Non avevo scritto sulla base di una telefonata o di una voce raccolta nei corridoi. Avevo ascoltato ore di udienze.

E continuavo a fare domande.

IL RIFERIMENTO AI MIEI ARTICOLI NELLA REQUISITORIA

Anche durante la requisitoria, la pm Roberta Licci fece riferimento alla mia attività giornalistica, richiamando i miei articoli in difesa di Michele Nardi in relazione a una vicenda ENPAM. Perché quel lavoro giornalistico veniva richiamato nell’argomentazione dell’accusa? Pubblico qui l’estratto, affinché il lettore possa ascoltare direttamente il passaggio.

INTERVISTA INTEGRALE 

Invito quindi chi legge questo articolo a dedicare del tempo all’ascolto di quella lunga videointervista. Ma quando si discute di una vicenda giudiziaria che ha inciso profondamente sulla vita di un uomo e della sua famiglia, credo sia importante ascoltare direttamente ciò che quell’uomo aveva da dire. Non chiedo al lettore di credere a Michele Nardi. Gli chiedo di ascoltarlo. E poi di confrontare le sue parole con le accuse, gli atti e ciò che il processo ha prodotto.

DAL PRIMO GRADO ALL’APPELLO: DA 16 ANNI E 9 MESI ALLA RICHIESTA DI 15 ANNI E 3 MESI

Nel novembre 2020 Michele Nardi è stato condannato in primo grado a 16 anni e 9 mesi di reclusione. Oggi il processo d’appello è in corso davanti alla Corte d’Appello di Potenza. Nel settembre 2026 la Procura generale ha chiesto per Nardi 15 anni e 3 mesi di reclusione. La riduzione rispetto alla pena inflitta in primo grado è stata collegata, secondo quanto riportato dalle cronache giudiziarie, alla prescrizione intervenuta per alcuni dei reati contestati. Quindici anni e tre mesi. Scritti così sembrano numeri. Ma quindici anni sono una parte enorme della vita di un essere umano. Michele Nardi continua a dichiararsi innocente. È qui che, dopo tutto ciò che ho letto e soprattutto dopo tutto ciò che ho ascoltato direttamente nel corso di questi anni, la mia domanda rimane invariata: le prove sono davvero tali da non lasciare spazio al ragionevole dubbio? Non sono io a dover dare la risposta giudiziaria. La risposta spetta alla Corte. Ma proprio per questo ogni elemento deve poter essere valutato fino in fondo.

E il giornalismo deve poter continuare a fare domande.

ALBERTO STASI E MICHELE NARDI: DUE CASI DIVERSI, UNA DOMANDA CHE RESTA

Non sto sostenendo che il caso Alberto Stasi e il caso Michele Nardi siano sovrapponibili. Non lo sono. Sono differenti i fatti, differenti le accuse, differenti le prove, differenti i procedimenti. Il parallelismo che pongo è un altro. È quello del dubbio che chiede di essere verificato. 

A Garlasco, il 28 settembre 2026, la Procura di Pavia ha chiuso nuovamente le indagini su Andrea Sempio dopo ulteriori accertamenti e nuove consulenze. La posizione giudiziaria di Alberto Stasi, tuttavia, resta quella derivante dalla condanna definitiva e l’eventuale revisione segue un percorso autonomo. Questo dimostra quanto sia necessario evitare due estremi. Trasformare una condanna in qualcosa che non possa più essere interrogato neppure davanti a elementi nuovi. Oppure trasformare un dubbio in un’assoluzione mediatica. Non voglio né l’una né l’altra cosa.

NON CHIEDO UN’ASSOLUZIONE MEDIATICA. CHIEDO CHE SI FACCIA LUCE

Non chiedo che un giornale sostituisca un tribunale. Non chiedo che Facebook, una televisione o un’intervista pronuncino una sentenza. E non chiedo che Michele Nardi venga dichiarato innocente perché lui afferma di esserlo. Chiedo che sul caso Michele Nardi si continui a fare piena luce. L’ho chiesto quando era detenuto. Ho scritto di questa vicenda quando sarebbe stato certamente più semplice non farlo. Un intero dossier sul mio giornale online J’Accuse… ! Caso Michele Nardi nella sezione Antologia delle ingiustizie

Ho seguito le udienze. Ho ascoltato l’accusa e la difesa. Ho incontrato Michele Nardi e l’ho intervistato.

E oggi, mentre in appello vengono ancora chiesti nei suoi confronti 15 anni e 3 mesi di reclusione, continuo a porre la domanda che mi accompagna da anni: le prove sono davvero tali da non lasciare spazio al ragionevole dubbio?

La risposta giudiziaria non spetta a me. La domanda sì. Perché questo è anche il compito del giornalismo: cercare, leggere, ascoltare, verificare. E continuare a domandare quando le risposte non appaiono sufficienti. Dietro ogni fascicolo c’è una persona. E quando sono in gioco la libertà, la reputazione e anni irripetibili della vita di un essere umano, nessuna domanda fondata dovrebbe essere considerata scomoda. Documenti. Prove. Contraddittorio. Verità. Giustizia.

GUARDA LA VIDEOINTERVISTA INTEGRALE A MICHELE NARDI

Michele Nardi, un magistrato scomodo — Videointervista esclusiva a due anni dall'arresto. Servizio giornalistico di Ernesta Adele Marando, Trani, 10 gennaio 2021