Atto d'accusa contro ogni forma di ingiustizia - Giornale periodico on line a carattere politico e culturale
 
 
francaesco gangemi direttore Storia di straordinaria maleducazione: quella di un giudice, per restare nella norma. A parte le eccezioni, poche.
Tribunale del Sud, sezione penale. Pomeriggio di dicembre. Aula d'udienza.
Imputato:Giornalista accusato di diffamazione a mezzo stampa ; parte lesa: giudice d.n.a ( che sta per “Direzione Nazionale Antimafia”, non codice genetico), oggi assente insieme alla sua difesa. E senza spiegazioni!
Imputato:  “desidero fare delle dichiarazioni spontanee”. Giudice giudicante ( femmina) gli risponde di fare presto, vista la tarda ora. Lo incalza.
L’imputato   dice che l’udienza era stata fissata per le ore 15 e sono le 18   e dopo  tre ore di attesa non  è nelle condizioni psicofisiche di rispondere e prega la Sua Signoria di differire l’udienza ( anche per altri motivi procedurali segnalati dal suo difensore ndr) e di fissare la nuova udienza e un’ora che venga rispettata, viste le sue condizioni precarie di  salute – l’imputato giornalista è settantacinquenne e in condizioni di salute visibilmente precarie.
La giudicessa taglia corto, con aria seccata - a dirla tutta già dall’inizio del procedimento- intima di fare presto. L’imputato vuole spiegare la sua posizione, con modi gentili ma fermi , come gli si addicono da vecchio gentiluomo del sud – siamo in un tribunale meridionale-  ma la giudicessa, che dimostra un’età  di circa meno della meta dell’imputato,  intorno a trentacinque anni,  tuona: “le tolgo la parola”! E lo zittisce! Dopodichè, forte dello scranno su cui siede sovrastando tutti, come un vecchio gerarca del ventennio, fissa una nuova udienza citando la data: 20 gennaio. L’imputato  chiede: “a che ora”? Risposta secca della giudicessa: “non lo so”!

Questo tanto per esaudire la richiesta del vecchio e malato giornalista che chiedeva un orario da rispettare, da entrambe le parti, lui era stato puntuale, un orario, come era nel suo diritto di conoscere  e per risposta gli veniva proprio negato l’orario. Questa non si chiama ripicca? Non si chiama abuso di potere? E se ciò non è, voi come lo chiamate?

La dottoressa giudicessa dopo il "non lo so" chiude “il registro”, gira le terga e si inabissa nella porticina alle sue spalle e noi restiamo come dei baccalà, increduli. Meglio, io incredula, di tanta arroganza e maleducazione. Gli astanti sono abituati a tanta sceneggiata di pessimo gusto, ne osservano ogni giorno saggi di tale spessore di maleducazione e di arroganza. Meno male che io di professione non faccio l’avvocato, sarei già da tempo ricoverata in chirurgia d’urgenza per stravaso di bile e ulcera perforata o in galera per percosse a magistrato. In questi casi la meditazione Zen non funziona. Mi sento fortunata e prego Iddio misericordioso di non dovermi mai trovare nelle vesti di imputato, la vedrei grigia. Non ho il carattere adatto.

Torniamo all’evento in questione. A prescindere dal caso giudiziario. Non voglio entrare in merito ai come e ai perché del processo, non perché non ci sarebbe da dire, anzi moltissimo ci sarebbe da scrivere a partire con una denuncia ai presidenti degli ordini degli avvocati che non muovono paglia contro lo strapotere dei magistrati, contro i lori abusi. Naturalmente non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ci sono magistrati valenti e coraggiosi ma anche loro “ la vedono grigia”. Vedi il caso Luigi De Magistris che si è rivoltato contro il tribunale di Catanzaro e i suoi colleghi, è andato sotto “processo” dal CSM ( che vuol dire “Consiglio Superiore della Magistratura”, alcuni però questa sigla la leggono così”Cupola Suprema  Mafiosa”).
Parlo comunque degli Avvocati appecoronati, invigliacchiti, lecchini della schiena dei magistrati per vincere una causetta anche a danno dei loro assistiti. Non tutti gli Avvocati appartengono a questo consistente gruppo, per fortuna. Ci sono pochi, colti, preparati, dotati di coraggio e dignità e vanno avanti denunciano intrighi e poteri forti. Per codesti la Dignità ha un valore. ma per molti la parola dignità ha il significato di un vocabolo  di lingua straniera sconosciuta : è incomprensibile.

Chi è l’imputato in questione? E’ un noto giornalista, faccio nome e cognome: Francesco Gangemi, direttore del “DIBATTITOnews” trascinato in tribunale da magistrato che si è sentito punto nell’onore (?) dalle inchieste dell’eroico dr. Gangemi che si è fatto il gabbio per avere stampato  verità scottanti e si è visto fare trentasette perquisizioni e il giornale sequestrato. Con coraggio e determinazione è andato avanti ha riaperto la testata giornalistica e il suo periodico viene letteralmente “bevuto” da lettori che lo attendono ansiosamente. Lettori blindati, lettori che hanno paura di dire che leggono questo giornale, ma lo leggono. Certo rende di più e la vita è più facile se si scrive per “Letizia tre mila” o si conducono programmi tipo “L’Isola dei famosi” ma il nostro Gangemi non ne vuole sapere della vita comoda, vuole scrivere di “Verità nascoste” e nemmeno tanto. Non sopporta l’ipocrisia e il malaffare. Chi gli può dare torto? Non noi!

La giudicessa oggi pareva, dal primo all’ultimo sguardo di un osservatore nemmeno troppo attento, palesemente  orientata a condannare. Cane non mozzica cane. Giudice non mozzica giudice. Se sto dicendo cazzate vi prego correggetemi, sono umile e rettificherò. Spero per questo non porterete in tribunale anche me, ma con l’aria che tira tutto è possibile. Forse in Turchia si starebbe più tranquilli. Forse lì i tribunali e le carceri sono più “democratici”.

Ma…  alt, una splendida notizia colgo all’uscita dal tribunale: il giudice Luigi De Magistris pare che da persecutore sia ora stato dichiarato perseguitato dai suoi stessi colleghi. Allora cane mozzica cane? Staremo a vedere, la prudenza non è mai troppa. Quando si tratta di magistrati bisogna stare all’erta! Sarà un gioco delle parti?
Luigi De Magistris, recita il telegiornale a tamburo battente, ha colpito la procura di Catanzaro, il verminaio del sud, uno dei verminai del sud dove i giudici si sentirebbero dei. E questo perché? Perché sarebbe stato loro consentito  di spadroneggiare, di pagare, di abusare della debolezza degli altri. Perché gli avvocati si sono piegati e con loro anche i consigli professionali che dovrebbero vigilare e difendere i diritti civili lesi della loro stessa categoria. 

I giornalisti che onorano la loro professione e impavidamente con carte alla mano testimoniano quanto di becero si va consumando sulla testa degli italiani, ebbene questi giornalisti vengono messi alla gogna. La verità fa male e bisogna tacitarla. Con le buone ma spesso con le cattivissime maniere.
La democrazia in Italia è morta da tempo, abbiamo una forma strisciante di dittatura e la magistratura italiana detiene la bandiera. Con le dovute eccezioni.

Si può sopportare l’ignoranza se ingentilita dall’educazione, ma la maleducazione è insopportabile. L’autorevolezza è figlia anche della buona educazione, oltre che da un buon carattere e un’ottima preparazione; l’autoritarismo è figlio della stupidità, della meschinità e della scostumatezza e togliere la parola, dopo un minuto che la si è concessa,  ad un anziano giornalista professionista presunto diffamatore di magistrato, che l’ha chiesta questa parola dopo tre ore di panchina è stato l’ultimo atto di un degrado senza ritorno, purtroppo.

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