Atto d'accusa contro ogni forma di ingiustizia - Giornale periodico on line a carattere politico e culturale
Spesso le parole non contano, molte volte le vere comunicazioni sono quelle in cui si tace e a parlare è il corpo e l’anima. E questi si esprimono con gli sguardi e il palpitare del cuore… 
 
   

Sono un medico rianimatore. Rianimatore di bambini, di neonati. Faccio questo mestiere da trent’anni in ospedale. Esattamente come oggi, il 28 luglio del 1976, mi laureai in medicina. E nel 1978  iniziai la mia carriera, giovanissima, in un ospedale romano come assistente di pediatria e neonatologia.

E da allora, anzi da molto prima, durante il corso di laurea e delle varie, specializzazioni, tratto con la vita e con la morte.

Ho visto che quando giunge il tempo di morire non c’è nulla da fare. Tutto è inutile. Tutto perduto. Si muore e non te lo aspetti da quel bambino, da quel ragazzo. Da quella Vita. E quando non è il tempo di morire, nonostante tutto faccia pensare che sia finita, quell’essere non se ne va. Non se ne vuole andare.

Noi non sappiamo ancora nulla di noi, di come funzioni veramente il nostro cervello, le nostre cellule. Quanta anima hanno anch’essi. “… L’anima è l’atto primo della vita. Le operazioni vitali sono atto secondo. “

Siamo in questi tempi fuorviati dall’attivismo, dal perfezionismo, dal razionalismo portato alle estreme conseguenze e non ci fermiamo più a sentire, a percepire con i sensi.

Non abbiamo più l’umiltà di attendere. Spesso la vita è attesa e preghiera. Non la preghiera bigotta di cercare il miracolo ad ogni costo, ma quella di non farci perdere l’umanità e di sapere accettare con dignità gli eventi.

Eluana Englaro che fastidio ci da? Un tempo lontanissimo, in un momento di intensa emozione forse disse : io no. Io non voglio finire i miei giorni in un letto d’ospedale…

E questo lo possiamo capire. Chiunque veda una persona, specialmente una persona cara, devastata e “inerte” in un letto di rianimazione può avere una reazione di rivolta, di sconforto. Specialmente a vent’anni. Ma anche a ottanta. La sofferenza non ha età. Ma dal dire al volere veramente dire tanto ne passa.

Il padre di Eluana da oltre dieci anni si sta battendo per esaudire un desiderio espresso dalla figlia in un momento di  intenso sconforto, di farla finita facendola non assistere più. Ma farla finita per chi? Spesso chi prende queste decisioni “eroiche” è animato da sotterranei e inconfessati e anche inconsci pensieri. Farla finita di assistere quel familiare, quella persona diventata ingombrante. Un peso e un dolore diventati insostenibili, insopportabili.  

 A volte i grandi enunciati hanno dietro altre verità. Spesso si approfitta del dolore di un familiare per portare avanti battaglie senza senso. Battaglie che poi si perdono “dentro”.

Le suore di Lecco che assistono Luana nel suo triste percorso terreno sono degli Angeli e fare del sarcasmo da due lire sul loro operato offende l’intelligenza di chi questo sarcasmo lo “sparge” dalle pagine dei giornali.

Se esisterà un Paradiso quello è il luogo dove Luana andrà quando sarà giunto il suo momento naturale di andare.

Per mia esperienza professionale ho visto che quando è giunta veramente l’ora, i ventilatori meccanici, le infusioni, i farmaci le defibrillazioni cardiache non funzionano più. E’ come se non ci fossero. E come se non si facesse nulla. Si muore davvero. Eluana non è morta. Il padre se vuole può farsi aiutare ad accettare questa situazione drammatica o andarsene, nessuno mai lo giudicherà per questo, sta vivendo da molti anni un dramma che ha sconvolto anche la sua vita.  

C’è chi si occupa amorevolmente di Eluana.  Non perché sia più buono. Ma perché ha più fede. Accetta la Vita in ogni sua forma.

I medici non sono boia. Nessun giudice mai potrà comandare ad un medico di “staccare la spina”. Un medico segue e accompagna i suoi malati, nella buona e nella cattiva sorte. Non li uccide ma li ama. E sta lì, se gli sarà dato, accanto a quell’anima che ha deciso di lasciare il suo corpo definitivamente. Quando arriva la vera morte. La morte biologica. La cessazione completa dell’attività di tutti i tessuti. Di tutti gli organi conseguenzialmente. Ma certo non sarà lui, il medico, ad attivare la morte. Accompagna una buona morte, ma non fa cessare la vita finchè esiste il suo alito. Questo non è accanimento terapeutico, è rispetto delle norme etiche. E’l’umiltà e la compassione e la scienza che accompagnano il suo operato che lo impongono.  

State fermi se potete. E se non potete state zitti sulle cose più grandi di noi e  non ammazzate la vita. Che va sempre rispettata.

Non uccidere. Questa è la legge di Dio e degli uomini. Si può essere credenti o assolutamente non credenti in nulla se non nel proprio Io, ma l’assunto non cambia. Non uccidere. 

Ernesta Adele Marando medico neonatologo rianimatore. 

Roma 28 luglio 2008

 

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