Atto d'accusa contro ogni forma di ingiustizia - Giornale periodico on line a carattere politico e culturale
padre-santucci-160-pxroberto-savianoCosi’ si distrugge il SUD e ogni possibilità di rinascita – Lo prova la comparazione tra l’azione di Padre Ernesto Santucci per salvare i ragazzi di NAPOLI e per cui venne messo in carcere e l’azione di SAVIANO per dannarli irrimediabilmente per cui viene osannato e retribuito.uPubblichiamo qui di seguito alcune pagine del libro dal titolo: “Napoli:i piedi sulla città. Lavoro nero, carcere, prostituzione e droga.”. edito nel 1988- Ventunanni fa - di Padre Ernesto SANTUCCI S. J.  Pagine relative alla Sua detenzione. 

E’ la prova di quanto enunciato nel titolo: Il SUD deve essere irredimibile e dannato. E chiunque - come insegna la vicenda  umana di Padre SANTUCCI - voglia operare per salvarne l’umanità dolente, assicurando ai più giovani occasioni di fga dal lavoro nero, dal carcere, dalla prostituzione, dalla droga deve esserne dissuaso. Con il carcere o con l’esilio. Bisogna esaltare SAVIANO indicandolo come testimone dell’irredimibilità del SUD.

ernesto-santucci-120-pxPadre SANTUCCI, in esilio, in ALBANIA, ricostruisce le Chiese che il regime comunista aveva distrutto e prega per i Suoi “vecchi” ragazzi. Pubbliciamo anche la prefazione al Libro, scritta nel 1988 dall’On. Sergio DE GREGORIO. Con la speranza di riavere in ITALIA Padre SANTUCCI e collaborare con Lui.
G.L.

ERNESTO SANTUCCI
Napoli:i piedi sulla città Lavoro nero, carcere, prostituzione e droga
Presentazione di Sergio De Gregorio
elp editrice la parola

©    1988 EDITRICE LA PAROLA S.a.s.
di Arturo Dalla Vedova
via Cola di Rienzo, 190 - 00192 Roma - Tei. 6874378

PRESENTAZIONE
Joe Marrazzo, inviato del telegiornale, lo conobbe in un vicolo dei Quartieri spagnoli.
A Napoli girava le immagini di un dossier sull'infanzia disadatta¬ta, un servizio sugli sciuscià degli anni '80 che avrebbe fatto il giro del mondo per la raccapricciante realtà che raccontava. Gli avevano se¬gnalato un prete un pò bislacco, una sorta di "Che Guevara" in abito talare, che raccoglieva 'mariuoli' e sbandati nei ghetti e nei bassifon¬di malfamati e coltivava il fantascientifico progetto di farne, da ani¬mali di strada, degli uomini veri. Gli strinse la mano per la prima volta e lo scrutò da capo a piedi, con l'attenzione di chi intende andare a fondo: aveva le scarpe rotte e la tonaca sdrucita, un faccione mansue¬to ed un mucchio di progetti nella testa.

Raccontava storie di emarginazione che avevano dell'incredibile. Lui, gesuita, professore di liceo, s'era guardato intorno in una città che non era la sua. Aveva scoperto un'umanità sofferente a cui nes¬suno, prima, aveva mai teso una mano. S'era rimboccato le maniche e senza timore di sporcarsi le mani vi si era calato, convinto che la sua missione sacerdotale doveva esplicarsi fra quella gente, in quei ghet¬ti, in quelle 'fogne umane' dove gli uomini vivono come i topi.

A Montecalvario, dove in un appartamento ospitava i senza-casa, i ragazzi di vita che dormivano nei vagoni ferroviari, la gente ne aveva fatto un'istituzione: chiedevi del 'prete d' 'e mariuoli' e ti accompa¬gnavano nel suo 'regno', tre stanze e cucina, un pò di letti in disordine e tanto calore umano.
Marrazzo volle sentirlo parlare: lo ascoltò a lungo mentre raccontava gli orrori d'una metropoli violenta.
I
"Ci sono ragazzi di dieci, dodici anni", diceva, "che al mondo non hanno nessuno. Rubano, borseggiano, molti si prostituiscono per sopravvivere. Sul corpo si fanno tatuare Topolino, ed è quello il gioco più innocente che conoscano, farsi solcare le carni da una lama infuocata come fanno i più grandi in carcere. Dopo i quattordici anni la gran parte finisce in riformatorio, scuola di violenza, dove la legge del più forte si riproduce per un antico codice di comportamento, una sorta di 'Vangelo' della malavita che regola le azioni e la vita di questi giovani. Il futuro sono cinque punti tatuati su una mano, la stella dei camorristi che corona il sogno dei veri delinquenti. La società? Se li è dimenticati: se vanno a scuola o subiscono il lavoro nero non fa differenza, se vanno in carcere o vendono se stessi per un giocattolo nessuno se ne accorge. Sono figli di "N.N.", anche quando hanno una famiglia: avere dieci o dodici fra fratelli o sorelle è come essere orfani...". Poi lo prese per mano, e lo condusse con sé in un viaggio che l'occhio meccanico della telecamera fissò in un memorabile film-inchiesta che sconvolse l'Italia.
"Devi conoscerlo", mi disse Joe Marrazzo, il mìo maestro di vita e di giornalismo. "È un uomo straordinario...". Salii le scale del vecchio palazzo ai Quartieri col cuore in gola. Le storie che avevo ascoltato sul suo conto, mi avevano sbalordito: ero ansioso divedere, di capire,di toccare con mano.    ; ;,

Ricordo ancora adesso, come se fosse ieri, il suo sorriso rassicurante e le facce di quei 'guaglioni' turbolenti che al suo fianco si trasformavano in agnelli mansueti. Ricordo le storie: ce n'era uno che gli rubava le poche lire che avanzavano dal misero stipendio di insegnante, col quale pagava il fìtto e sosteneva la casa. Glielo faceva spesso, poi tornava nuovamente alla sua porta come il figliuol prodigo e sapeva di contare sul suo perdono. , , :    • ,

Non era affatto semplice. Ernesto cercava di educare un'umanità selvaggia, sulla quale molti sprecavano fiumi di parole e di entusiasmanti teorie sociologiche. Operava, e i soloni dell'indagine sociale lo guardavano con sospetto, quasi lo muovesse un interesse personale, uno scopo recondito, una smania di protagonismo.

Quando le sue foto finirono sui quotidiani locali, cominciò timidamente a raccogliere qualche lira dalla beneficenza dei benpensanti: ormai le sue energie erano al lumicino, e quel supporto lo aiutava a non perdere la battaglia. Odiava il conformismo e l'ipocrisia di chi s'avvicinava al suo discorso per tentare in extremis di pulirsi la co¬scienza; condannava il paternalismo melenso delle dame di carità, che nell'assistenza trovavano sfogo alle proprie angosce personali; sparava a zero contro l'ignavia degli Enti, che mai s'accorgevano del suo frenetico attivismo. Mi colpiva il suo non abbandonarsi alle difficoltà del quotidiano, o la sua fiducia nel futuro, il suo ottimismo, mi facevano paura.
"Ce la farò, vedrai...", diceva, e continuava a sorridere.         ,

Non erano ancora spuntati gli anni ottanta quando lo incontrai per la prima volta. La droga, il flagello del secolo, non aveva ancora invaso le nostre città. Il 'fumo', l'hascish, la cannabis, facevano timi¬damente capolino fra i costumi dei giovani dell'epoca: di lì a poco,

II

chiunque avesse avuto contatti con il mondo giovanile avrebbe impa¬rato a conoscere il dramma dell'eroina, la polvere che uccide. Ernesto Santucci cominciò presto a confrontarsi col problema, prima ancora che la società si attrezzasse ad affrontarlo. -,;'• ; ,;: ;  II primo gli svenne fra le braccia quando non aveva ancora una grande conoscenza dei danni che "il buco" provocava nel corpo e nella mente dei suoi ragazzi. Caparbio, deciso a non mollare, si informò, discusse, cercò di capire: iniziò per lui un nuovo viaggio, il più dolo¬roso, quello nel pianeta della tossicodipendenza che segnerà un altro entusiasmante capitolo della sua missione. :> Lo seguivo e continuerò a seguirlo, in questa pazzesca avventura.
***  
La sua foga di aiutare, di dare l'anima per il prossimo, lo portò ad occuparsi di una storia giudiziaria in cui sarebbe rimasto invischiato, vittima ingenua di un torbido giro di interessi di camorra.
Era il 1980. A Napoli infuriava la guerra dei clan e le strade s'insanguinavano al ritmo di 300 morti ammazzati all'anno, una lista di lutti e di orrori senza precedenti.Uno dei suoi ex ragazzi di vita era stato accusato di una rapina: igenitori lo tormentavano, gli chiedevano in lacrime d'occuparsi del caso. In un ristorante, tre armati avevano fatto irruzione per depredare i clienti: c'era scappato il morto, e il solo sospetto che in galera languissero degli innocenti lo portò a mobilitarsi con tutte le sue forze per far trionfare la verità. Gli ponevano davanti piste ed elementi, gli facevano ascoltare testimoni, lo convincevano che quei giovani innocenti pagavano al posto di altri. •-.;    ;:

Mi chiamò al telefono e m'invitò a seguire la vicenda. Riempii pagine di piombo, a "Paese Sera", coi resoconti di quell'indagine privata condotta con fervore e un pizzico d'ingenuità dal prete dei quartieri.

Un sera mi chiamarono dal giornale : "Hanno arrestato padre Santucci", dissero, e il mondo mi crollò addosso. Lo accusavano di favoreggiamento, di calunnia, reati ignobili per un prete: l'avevano trascinato in cella come un delinquente qualsiasi, senza rispetto per l'abito talare. Un giudice sospettava che avesse ordito un disegno.

Avrei voluto incontrarlo, quel magistrato. Gli avrei raccontato degli incontri, dei testimoni, di tutto ciò che aveva convinto anche me, cronista spregiudicato, d'una certa tesi. Avrei voluto sottolineargli la buona fede del mio amico sacerdote, che s'era dato da fare per

III

sottrarre un innocente all'inferno di Poggioreale. Ma lui, il giudice, non sentì ragioni: parlò alla stampa di 'complotti', e raccontò che l'anima innocente che Santucci voleva salvare non era altri che un camorrista, un abile tessitore di trame, che cercava di addossare ad un altro la colpa d'un suo crimine.
Non riuscivo a crederci. Quella storia resterà avvolta dal mistero per anni. Ernesto, scarcerato un mese dopo, sarà messo in 'quarantena' dai suoi superiori e l'intrigo rimarrà coperto da mille punti interrogativi.
Quattro anni di condanna in primo grado, un appello che non arriva mai e una certezza: la giustizia si accanisce anche contro i preti, è implacabile con chi sbaglia, anche se in buona fede...

In genere la forza d'animo di un uomo si arena di fronte a barriere alte come questa: lui, il prete dei mariuoli, non demorde.

Risale la china e fonda "II Pioppo", una Comunità terapeutica che è la prima risposta, in Campania, all'abbandono e all'indifferenza dell'istituzione nei confronti del problema droga.
La sede, a Somma Vesuviana, dissero che gliel'aveva messa a disposizione la camorra: lui, ex galeotto, nella mentalità perbenista dei suoi ignavi interlocutori era già bollato, schedato come un delinquente.

Non gli importava, l'esperienza del carcere l'aveva rafforzato anziché abbatterlo. Ricordo una sera d'inverno, in un Teatro napoletano, centinaia di persone in piedi ad applaudire un suo discorso. Ridotto nuovamente al lumicino, dopo aver raccolto danaro nei modi più disparati, giocava una nuova carta con la forza della disperazione: a Maurizio Costanzo che lo invitava a raccontare la sua storia, propose di comprare un mattone per i suoi ragazzi di vita: 5.000 lire. In un attimo dieci, venti, cento, mille biglietti da cinquemila arrivarono sul palco, offerta spontanea di una città generosa che tributava un omaggio materiale all'uomo che nella considerazione degli umili e degli oppressi passava per un "santo", un buono, una voce pulita nel vociare confuso dell'immondezza. E i mattoni divennero una casa.

Aveva vinto ancora. Il suo sorriso pacato, il suo modo coraggioso di nascondere le asperità di un percorso impossibile, sortiva nuovamente successo. Gli era accanto un giovanotto, sul palco infuocato dai riflettori, che aveva raccontato una storia senza speranze: tossicodipendente a 12 anni, ladro quasi contemporaneamente, aveva subì-

IV

to in galera torture e violenze inenarrabili.
Per uscire dalla droga s'era rivolto al "prete buono": all'intervistatore rispondeva che è possibile uscire dal tunnel dell'eroina, basta che ti tendano una mano...
* * *
Piangeva, e quella sera ho pianto anch'io.

Non lo dimenticherò mai, sull'altare di una chiesa romana, benedire la salma del mio amico Joe: ricordava il cammino fatto insieme e mi guardava, gli occhi umidi di pianto, come a dirmi: "Coraggio, abbiamo ancora tanta strada da fare...".
La sua avventura nel pianeta-uomo ha attraversato una parte della mia vita. Combatte ancora, e griderà finché avrà fiato: perché uomini come lui nascono di rado, e la loro guerra contro il mondo da vo¬ce ai deboli e agli oppressi.
Coraggio, Eraesto, è appena l'inizio! L'inizio di un nuovo cammino...
Sergio De Gregorio
V
……………………………………OMISSIS…………………………………………………...

Lunedì 22 febbraio 1982
Solo oggi riesco ad avere un po' di carta per appuntare le mie idee, i miei ricordi... Sono ormai quattro giorni che vivo nella cella n. 7 al secondo piano del Padiglione San Paolo, nell'interno del carcere di Poggioreale. Vi sono arrivato la sera di giovedì scorso, 18 febbraio dopo una breve sosta nella caserma dei carabinieri a piazza Carità.
Ero ai quartieri, al Centro. Da poco ero tornato da Somma Vesuviana dove mi ero recato nel primo pomeriggio assieme ad un ingegnere per fare un primo sopralluogo alla casa che era stata acquistata appena pochi giorni prima, il 4. Eravamo felici, saremmo andati a cenare assieme ai giovani che ospito, in una piccola trattoria, per festeggiare il carnevale. Mi arriva una telefonata: «Sono il Maresciallo Mastronardi. Dovrebbe venire per una informazione. È urgente. Se vuole, le mandiamo una macchina». Rispondo che è inutile, data la vicinanza. Dico ad Alfonso e agli altri ragazzi che, se farò tardi, di avviarsi egualmente alla trattoria, dove li raggiungerò. Dinanzi la caserma vedo che mi aspettano al posto di guardia due carabinieri in borghese. «Lei è padre Santucci? Vuole seguirci?» e mi accompagnano di sopra. Comincio a sospettare di tanto zelo, ma non capisco. Mi fanno accomodare in un ufficio, mi lasciano solo. Passa del tempo. Ad un dattilografo, chiedo se devo attendere a lungo. Mi risponde che è questione di momenti. Passa del tempo. Poi entra un carabiniere in borghese e mi chiede un documento. Appena ha in mano la mia carta d'identità, mi dice improvvisamen¬te: «Lei è in arresto! » e si rifiuta di dirmi il perché. Sono allibito, non riesco a capire, mi pare che si tratti di uno scherzo, un atroce scherzo. Sono invitato, gentilmente ma freddamente, a seguire altri due carabinieri che mi accompagnano al piano terra. Lì mi scattano le foto segnaletiche, di fronte e di profilo, e poi mi prendono le impronte digitali della mano destra e di quella sinistra. Nella compilazione della scheda segnaletica mi viene anche chiesto se sono sposato, se ho soprannomi, se ho cicatrici o tatuaggi...
Devo dire che in questi momenti non so se devo ridere o sdegnarmi.
Sto entrando lentamente in un'atmosfera kafkiana, ma ancora non me ne rendo pienamente conto. Dopo aver tentato alla meno peggio di ripulirmi le mani con uno straccio sporco e con un detersivo in polvere abbastanza inefficiente, vengo riaccompagnato di sopra. Mi si chiede di firmare il mandato di cattura. Chiedo nuovamente di conoscere prima il motivo. Finalmente mi è concesso leggere le motivazioni del mio arresto, e, mentre leggo, sorrido e stupisco. Pare effettivamente uno scherzo di carnevale!

Si dice che avrei architettato un piano diabolico per far scarcerare due colpevoli e far mettere al loro posto tre innocenti! Si accenna ad una mia particolare pericolosità sociale e si ordina il mio arresto al fine di evitare l'inquinamento delle prove!
Poi mi chiedono di essere calmo, di comportarmi bene, di non dare in escandescenze, e in cambio non mi metteran¬no le manette. Prima di salire in macchina, uno degli accompagnatori prende con sé una pistola e se la mette nella cintura; un altro mi chiede se ho con me armi, coltelli o pistole. Si entra piano piano, nell'assurdo, nell'irrazionale... Dopo una veloce corsa in macchina, sono a Poggioreale. Proprio in quel carcere sono entrato tante volte a dare conforto, ad aiutare, a dire una buona parola... Nell'ufficio matricola noto un certo stupore negli agenti... Chiedo di farmi parlare col Maresciallo Mignone che conosco molto bene, essendo stato molti anni al carcere minorile «Filangieri». Quando vengo portato da lui, stupisce e non vuoi quasi credere all'evidenza dei fatti. Manda a chiamare il cappellano, Padre Gabriele, e insieme decidono di inviarmi al Padiglione San Paolo, che è il Centro Clinico del carcere. Si consultano brevemente, pare che temano per la mia incolumità fisica. Mi viene consegnato un asciugamani e vengo accompagnato al San Paolo, cella 7.

È una stanzetta singola lunga circa tre metri e larga due. Nel fondo, separato dal resto da un basso muretto, ci sono il gabinetto e il lavandino, ambedue in uno stato da far pietà, gialli e pieni di mozziconi di sigarette. Un finestrone dai vetri rotti, riparati alla men peggio con cartoni e stoppacci fatti con vecchi giornali, contribuisce a rendere la stanzetta una perfetta cella frigorifera. Un letto, un comodino, un tavolinetto, uno sgabello, una scansia appesa al muro e un televisore (!) contribuiscono a rendere vivibile l'ambiente.
Ma già si è sparsa la notizia del mio arresto nell'interno del carcere. E inizia un plebiscito di affetto e di solidarietà da parte di detenuti che mi conoscono direttamente o indi¬rettamente, per essere stati contattati da me negli anni precedenti quando erano al carcere minorile oppure perché abitanti nel quartiere Montecalvario. Un giovane mi dice che non devo dormire con le lenzuola del carcere e mi porta un paio delle sue, di fresco lavate, e un asciugamano a spugna. Altri mi fanno il letto, mi offrono caffè, biscotti, frutta. Anche gli agenti di custodia, in verità, si manifestano comprensivi e gentili. Fanno di tutto per rendermi la vita meno dura. E la permanenza carceraria manterrà queste costanti di simpatia, di comprensione, di disponibilità umana a tutti i livelli.

Tutti i giorni vengo svegliato con un bicchiere di caffè, alla sera mi offrono té o camomilla, ad ogni ora del giorno vengono a scambiare quattro chiacchiere con me, mi consigliano e chiedono consigli, mi domandano continuamente di cosa ho bisogno.
C'è Nicola, il sacrestano, che al pomeriggio mi accompagna nella cappellina e si intrattiene con me dopo la Messa. Spesso mi porta una lattina di birra o un piatto di pasta, alla sera, quando sa che non ho mangiato. Tanto affetto mi commuove profondamente, maggiormente perché i primi giorni non ho assolutamente notizie da fuori. È brutto sentirsi soli, trasferiti in un altro mondo, in cui tutto è all'insegna del tempo che non conta e che quindi non passa mai. Cammini e cammini nella tua cella come una belva in gabbia e poi ti accorgi che è trascorso appena un quarto d'ora! E poi non sai nulla dei tuoi amici, dei ragazzi... Che cosa fanno, cosa pensano di te...

I giorni passano con monotonia e il giudice non viene. Perché perdere e far perdere tanto tempo? Che utilità? Abituato all'azione, a muovermi, a parlare, soffro maggiormente. Occorre cambiare, in poche ore, tutta una impostazione di vita: mangiare ad ore assurde e poi limitarsi a pensare. Qui si è liberi solo di pensare e non tutti ne usano di questa libertà. Ci sono le radio e i televisori proprio per questo, per non far pensare. Ad alto volume, quasi tutto il giorno e la notte, da destra ti viene la musica di una canzonetta, da sinistra i rumori di una colonna sonora di un film. Questo fatto resterà una delle torture più difficili a superarsi durante i giorni della detenzione, sino a sfiorare momenti di grande depres¬sione psico fisica. Accendo il televisore soltanto per le notizie.

Per il resto cerco di pensare, di capire. Capire le assurde accuse che mi sono state mosse. Secondo il giudice, avrei architettato questo piano diabolico, sarei un individuo socialmente pericoloso. Com'è difficile provare la propria innocenza! Rivado indietro nel tempo, e risento le parole di Salvatore Varriale e quelle di Maria Speranza che creano in me un supporto sufficientemente valido per dare loro fiducia, per credere in quanto affermano. La ricchezza nei dettagli, i particolari che combaciano è stato tutto e soltanto una in¬venzione?

Non credo neppure di essere stato ingenuo e credulone. Venivano portati dei fatti, c'erano persone che citavano particolari. Tango e Leonardo non avevano certo la fedina penale pulita, ma Varriale, Muzzico e Filippini non mi venivano presentati certamente come degli stinchi di santo. Quest'ultimo scompare, è latitante... Perché comportarsi in questo modo se si è innocenti? Perché Muzzico scrive alla Speranza: «Guai a te se ritratti?» Perché Varriale mi chiede di essere accompagnato in carcere? Solo perché è tossicodipendente? Ma perché, forse i tossicodipendenti si trovano bene in carcere?

Se c'è un «qualcuno» che ha architettato tutto ciò, deve essere certamente dotato di una grande intelligenza e di moltissima fantasia. Ma questo «qualcuno» non sono io! Io mi sono limitato ad ascoltare quello che veniva sussurrato nei vicoli e a consigliare i protagonisti di questa storia di riferirla alla magistratura. E se in tutto ciò, non sono in grado di ricordare i particolari oppure ho dato versioni differenti, è solo perché credevo il mio ruolo molto secondario, pensavo che una volta portato dinanzi ai giudici i protagonisti della storia, il mio ruolo sarebbe finito.

Era uno dei tanti casi in cui mi interessavo, non certo il principale. E poi, se avessi messo io in piedi tutta la storia, proprio allora le mie testimonianze sarebbero state esatte e precise, perché imparate a memoria. Proprio perché molte volte non ricordavo l'esatta «consecutio temporum» degli avvenimenti, ciò spiega il ruolo marginale da me avuto in tutta la vicenda. Come posso essere accusato di calunnia e di favoreggiamento, se ho soltanto riferito ciò che ascoltavo da altri?

Oggi poi leggo su «Paese Sera» che i carabinieri «ipotizzano» una mia presunta relazione col camorrista Cutolo. C'è soltanto da ridere, o forse da piangere. Ho voluto soltanto dare una mano alla giustizia umana e questo è il ringraziamento! Da parte di una certa stampa si accentua il gioco al massacro, il linciaggio morale. È la Croce, è l'essere ritenuti pazzi e stolti per amore di Cristo. È Lui solo la mia speranza, Colui che mi da pace e serenità di spirito. I salmi del breviario sono consolatori e illuminanti, la S. Messa celebrata in solitudine mi conforta e da forza, Dio è presente in questa cella tre metri per due.

Quando sono entrato in carcere, il cappellano voleva che eliminassi dal mio vestito i segni distintivi del mio sacerdozio, il colletto romano. Mi sono rifiutato. Sono un sacerdote. Devono saperlo tutti. Non ho nulla da vergognarmi, nulla da rimproverarmi. Anzi chiedo ed ot¬tengo di poter celebrare quotidianamente la S. Messa, poiché la mia coscienza è pura. Penso che mi sono sempre battuto per la Giustizia, per la Verità, per l'uomo, ed ecco la Via Crucis. Il silenzio degli amici, forse il loro ripensamento sul mio operato, sulle mie iniziative. Piango pensando ai miei ragazzi, oggi doppiamente orfani. Ma i salmi mi danno certezze consolanti: il giusto è tormentato, è schernito, è deriso, ma Dio gli darà ragione, e coloro che hanno aperto le loro bocche sprezzanti saranno confusi e umiliati. «O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto»: queste parole che avevo pronunciato tante volte a vuoto, ora assumono un significato pregnante e mi danno luce.

Finora ho ricevuto una dozzina di telegrammi. Ho saputo dai giornali che gli alunni ed i professori del «Vittorio Emanuele», il liceo cittadino dove insegno religione, si sono dichiarati solidali con me. È bello e rasserenante sapere che hai degli amici che credono in te, anche se ti avvedi che altri non hanno potuto o voluto darti questo segno di solidarietà tanto importante in questo momento. Ma basta un solo amico sincero per essere sereno. E certamente ne ho più di uno. So che in questo momento sono in molti a muoversi, a sensibilizzare, a darsi da fare in tanti modi. Che Iddio li benedica! Alla fine del quarto giorno finalmente mi viene data una stufetta elettrica. Ho passato l'ultima giornata e mezza come se fossi in un frigorifero, sempre con i piedi gelati e col cappotto addosso.
Questa giornata è trascorsa più monotona delle altre, senza visite, senza posta. Dicono che forse domani verrà il giudice. Tuttavia, in questo clima di incertezza, la mia serenità si rafforza sempre più; mi sento ogni giorno maggiormente tranquillo. Se all'inizio gli articoli sui giornali mi avevano turbato e quasi data la sensazione di essere stato almeno un ingenuo e un credulone, ora trova queste illazioni completamente false e non corrispondenti al vero. Sento Dio vicino a me, capisco che questa prova deve rafforzarmi. Sto pagando unicamente la mia coerenza nel voler aiutare gli altri, gli ultimi. Ma non mi sento per nulla smontato, anzi più agguerrito contro le ingiustizie e i soprusi di questa società.

Ritorno sul fatto del pianto. Sto piangendo molto in questi giorni. Quando mi arriva una lettera o quando ne scrivo una. Quando penso agli amici e quando prego. Non piangevo da dieci anni, da quando sono morti i miei genitori. E ora ogni tanto un nodo di pianto mi stringe la gola, quando sento dell'interessamento degli amici, quando esamino la mia coscienza e la trovo pura e limpida, quando penso ai miei giovani così bruscamente privati della mia presenza. Oggi ho pianto anche durante la Messa. Un pianto consolatorio, cosciente che Dio mi ama e vuole il mio bene. >;    ;

Ritorno sull'articolo di «Paese Sera» di oggi. Le «ipotesi» dei carabinieri sulla mia supposta appartenenza al clan Cutolo, o diventino prove (con tutte le conseguenze per me) oppure occorre pretendere una netta smentita. È assurdo questo gioco sulla pelle altrui. Chi ha detto che magistrati e ca¬rabinieri sono infallibili? E se sono fallibili come tutti gli uomini, perché non devono riconoscere i loro errori?

Martedì 23 febbraio - 6° giorno
Alle 9.30 vengo chiamato per essere interrogato dal giudice Stravino. Ho una fortissima emicrania. Ho chiesto delle medicine, ma mi hanno detto che hanno solo supposte. Nella saletta degli interrogatori, trovo gli avvocati Vitiello e Reale e anche il giudice levino. Passano tre ore. Mi contestano alcune inesattezze e contraddizioni notate nelle depo¬sizioni precedenti. La stessa cosa avrebbero potuto fare, credo, tenendomi a piede libero. Forse mi aspettavo, al termine dell'interrogatorio, di essere rimesso in libertà. Invece eccomi ancora in cella. L'avvocato Vitiello presenterà istanza per la libertà provvisoria. Sarà accolta? Quando?
Ogni volta che vengo a contatto con giudici e avvocati, avverto tutta la situazione irreale di questa vicenda. Da una parte ci sono io, certo e cosciente della mia innocenza, anzi persuaso intimamente di avere agito per aiutare la giustizia; dall'altra ci sono i giudici, anch'essi certi che io abbia voluto tramare perché la giustizia venisse disattesa e conculcata. Tutta la mia vita precedente non conta. Tutto il mio operato, le mie azioni a favore degli altri svaniscono di fronte a mancanze di memoria, a incongruenze nel ricordare i fatti di cui sono stato testimone e non protagonista. Più che mai, mi accorgo di essere nelle mani di Dio.
Nella liturgia odierna ho pregato il Signore di concedermi, per intercessione di San Policarpo, di bere al calice della passione di Cristo. Quante volte avevo detto questa preghiera senza comprenderla appieno! Ora capisco di aver ricevuto una grazia speciale. Molti mi calunnieranno e diranno male di me, senza che io ne abbia data alcuna occasione. Essere in Croce con Cristo.
Dopo l'interrogatorio ero esausto, ho mangiato poco, continua l'emicrania. Poi è venuto Don Bivio. Abbiamo fatto una conversazione spirituale e dopo ha assistito alla celebrazione della mia Messa. Mi sento più serenò, pronto a tutto. Mi diceva stamattina l'avvocato Vitiello che nella vita capitano dei momenti in cui si è soli con se stesso ed è allora che si vede la tempra dell'uomo. Eccomi solo di fronte alla verità che io solo posso giudicare compiutamente. Anche in questa occasione sento la presenza di Dio. Non sono solo, Lui è con me. Io e Lui formiamo una maggioranza.
Ho avuto da Padre Cocozza il programma del seminario sulla camorra, al quale stavo attivamente lavorando al mo¬mento del mio arresto. Anche se si farà senza di me, non me ne sentirò amareggiato.
Forse domani avrò dei colloqui. Ho saputo che i miei ra¬gazzi hanno tentato di ottenerne uno, ma negativamente. Me lo ha riferito lo stesso giudice Stravino, e sembrava seccato della inutile insistenza con cui questi colloqui gli erano stati richiesti, credo da Lucio e da Alfonso.
Li ho tutti egualmente e continuamente nel cuore. Spero che questa esperienza serva ad accrescere la nostra amicizia.
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Mercoledì 24 febbraio - 7° giorno
Questa notte ho dormito poco. Sensazioni di soffocamento. Soffro normalmente di claustrofobia e quando, alle venti circa, viene chiusa anche la seconda porta di ferro e l'unico mezzo di comunicazione con l'esterno resta un piccolissimo spioncino, mi sento come una mano alla gola.
Stando disteso sul letto, mi pareva di essere chiuso — vivo — in una cassa da morto. Le sbarre, la porta sbarrata mi pesavano sulle membra, nel cervello. Paura irrazionale di alie¬nazione. Mi alzavo, passeggiavo nella cella, pregavo col ro¬sario, tornavo a letto, e ricominciava l'incubo.
Mi accorgo che il 'sonno se ne sta andando. I rumori, la luce accesa nel corridoio, la luce che viene brutalmente accesa in cella alle tre del mattino, quando avviene il cambio della guardia, mi lasciano in uno stato di profonda prostrazione. Riposa il corpo, disteso, ma la mente, la testa, invano cerca di ottenere un istante di oblio. Resto quasi seduto sul letto, la testa appoggiata sul muro, e ogni tanto ho un breve momento di assopimento. Poi, finalmente, torna il giorno. I soliti rumori, le solite voci. La conta, la sbarra d'acciaio che viene sbattuta velocemente sulle inferriate delle celle. Il latte e il pane. L'amico che mi porta il caffè. Si riaccendono le speranze sopite. Cosa mi porterà questo giorno? Altre ore vuo¬te e monotone con il pensiero di quelli che sono fuori? Se non avessi la fede, preferirei morire. Ho la certezza — e me la da Cristo — che queste giornate non sono inutili, non sono sciupate, anzi io stesso devo valorizzarle, non renderle vane. Il sacrificio della libertà, accettato con gioia, («Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà...») e anzi offerto a Dio assie¬me al sacrificio di Cristo, da valore a ogni momento di questi giorni grigi. La certezza di essere accomunato a Cristo alla sua Passione («fu annoverato tra i malfattori» dice Isaia) mi da la forza di andare avanti, di intravedere che tutto questo è un dono.
Forse la vicenda dell'acquisto della casa a Somma Vesuviana era andata fin troppo bene. Un pizzico di sofferenza mi da la garanzia che questa è effettivamente la strada che il Signore mi spalanca davanti.
«L'oro si prova con il fuoco». Ma non voglio sembrare un eroe, un santo. Avverto benissimo in me una certa dicotomia tra l'ideale e la realtà. La mia mente, il mio spirito, le mie profonde convinzioni su Dio e sull'uomo mi portano ad esse¬re sereno. Ma poi c'è anche la mia umanità, il mio essere fatto di carne e di ossa che ogni tanto si ribella e scalpita.

Questa notte pensavo a questa sottile e profonda tortura psicologica che si chiama carcere. Dipendere in tutto e per tutto dagli altri, non avere mai «privacy», chidere come grossi favori piccole cose insignificanti, non potersi muovere, non poter accendere la luce di notte, non poter programmare in nulla la propria giornata, dover mangiare ad orari assurdi e magari prima la pietanza e poi la minestra, e quasi sempre cibi freddi o appena tiepidi, tutto ciò è una tortura continua che rode, che consuma, che fa vacillare. E prima o poi viene la tentazione di lasciarti andare, di convincerti che è inutile andare contro corrente. E allora ti abbnitisci, diventi una be¬stia, anzi un oggetto. È questo che si prefigge la società dal carcere? E ancora più assurdo è il carcere preventivo. C'è tanta povera gente come me che da un momento all'altro è stata portata qui dentro e attende, più o meno pazientemente, di essere ascoltata dal giudice, di essere messa a confronto con qualcuno... E poi si esce, tante volte completamente prosciolti, e sei tu a dover dire «grazie» ai tuoi carcerieri... Verso le undici ricevo la visita di mio fratello, Padre Puca e Padre lappelli. Un lungo incontro cordiale e chiarificatore. Il venire a sapere della solidarietà di tutta la Compagnia e di tutta la Chiesa napoletana e di tante e tante persone, consola e fortifica il mio spirito. Parliamo a lungo e cerco di far capire loro la mia più completa estraneità riguardo le accuse mossemi dalla magistratura. Consegno anche un promemoria a Padre Puca. Ci lasciamo verso le 14.30. In cella trovo un pacco speditemi da Alfonso e da Lucio, pieno di cose utili. Non sono solo. È confortante. Ho letto anche l'articolo che Mons. Pignatiello pubblicherà su «Nuova Stagione» e il comunicato che i miei superiori hanno trasmesso alla stampa. Mi hanno riferito che anche il Cardinale mi è vicino e prega per me.

Nel pomeriggio viene a trovarmi Padre Cocozza. Mi fa leggere il «Messaggero» di oggi. Anche qui falsità e calunnie. Mi si attribuiscono frasi che avrei dette durante l'interrogatorio del giudice. Frasi che assolutamente non ho mai pronunciate. Una velina volutamente malevola nei miei riguardi deve essere uscita da Castel Capuano. Non si danno altre ipotesi! Nonostante tutto, mi sento sereno. Celebro la Messa e ho grandi consolazioni spirituali. Vedo sempre più gli avvenimenti che sto vivendo come uno straordinario dono di Dio. Credo di aver raggiunto, sia pure per qualche istante, momenti di unione intensa con Dio. A sera ricevo altre lettere e telegrammi: tanta solidarietà mi commuove. È bello scoprire di avere tanti amici sinceri e leali. Perché tanta gente ti è vicina quando tutto va bene, ma quando ti trovi come Giobbe sul letamaio, quasi tutti si allontanano da te.

In questi giorni sto facendo amicizia con altri detenuti. Sono persone che hanno ucciso e che sono condannate a lunghe pene detentive. Ma apprezzo molto la loro solidarietà, la loro comprensione. Un professionista condannato per aver ucciso l'amante della moglie, mi dice che finalmente dopo due anni e mezzo può tornare a parlare in italiano, approfittando della mia presenza. È un uomo onesto: appena l'ho conosciuto si è subito professato non credente, e intanto ogni volta che ci è data l'occasione di scambiare due parole, subito mette il discorso su Dio...    ;

Giovedì 25 febbraio - 8° giorno
Un'altra giornata, un altro dono di Dio. Oggi sono tran¬quillo con me stesso, sono in fiduciosa attesa. Rifletto sul¬l'essenza del cristianesimo. Cristiano, seguace di Cristo. Del Cristo povero, del Cristo umiliato e tradito, del Cristo sofferente, del Cristo che muore — solo — in croce. Anche noi religiosi spesso siamo portati a vivere un cristianesimo di comodo e forse i sacrifici ce li inventiamo, per giustificarci e autogratificarci.
Anche io ho fatto così e forse continuerò a fare così. Ora gli avvenimenti che sto vivendo mi aprono gli occhi. Per il Signore si fa sempre troppo poco. È necessario darGli sem¬pre di più. Perciò mi sto sempre più convincendo che questi sono giorni di grazia. Quanti saranno? Forse quando mi annunceranno che sono libero, mi dispiacerà lasciare questa cella dove il Signore mi sta dando luce e consolazione. Ma dovrò riprendere il cammino, con sempre maggiore coraggio. «Nelle tue mani, Signore, raccomando il mio spirito».
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Venerdì 26 febbraio - 9° giorno
Ieri, visite di Padre Cocozza e di Don Bivio. È venuto anche l'avvocato Vitiello junior, ma in pratica nessuna novità. Chi suggerisce una linea d'azione, chi un'altra. Don Bivio mi ha portato una lettera, autografa, del Cardinale. Mi scrive: «Caro Padre, soffro e spero con Lei e coi tuoi confratelli in quest'ora di Getsemani riserbata alla tua persona. È il collaudo che il Signore fa della tua fede e dell'amore che ti ha portato a darti ai più bisognosi tra i poveri. Un apostolato certamente rischioso. C'è chi approfitta e specula sulla buona fede e generosità d'animo del Samaritano.
Non dubito della tua innocenza. Prego il Signore che faccia piena luce sull'evento e che, intanto, sostenga il tuo spirito. Da sì dura prova tu uscirai ben più temprato a operare con maggior ponderazione e saggezza per la salvezza dei fratelli traviati. Ti benedico e abbraccio con affetto fraterno. Corrado».

In serata mi intrattengo a parlare con un medico psichiatra, dottor Zoena, che conosce Padre Pirro. Più tardi un maresciallo mi fa chiamare e mi invita a fare quattro chiacchiere nella cella di un altro detenuto.
Così, si fanno le 23. Ma poi, una volta a letto, dormo poco e male. La luce, i rumori, i suoni, interrompono continuamente il riposo. Ora che scrivo sono le 9.20 e già ci sono televiso¬ri a pieno volume. Fuori piove. Quel po' di ciclo che mi è dato di vedere è grigio. Attendere, attendere, attendere. È una situazione allucinante. Attendo anche oggi e non so che cosa.
Una volta (?) c'era la tortura e oggi c'è la carcerazione pre-' ventiva. La tortura induceva gli innocenti a confessarsi colpevoli pur di venir fuori dai tormenti fisici. La carcerazione preventiva, penso, potrebbe ottenere gli stessi risultati: degli innocenti potrebbero gridare la loro colpevolezza, purché finisca lo stato di incertezza e di vana attesa. Anche io ho pen¬sato a questo: forse se il giudice disponesse la mia immedia¬ta scarcerazione sarei indotto a riconoscere come vere le mie presunte colpe.
Lo so, è pazzesco, ma è così. Il tempo gocciola lentamente, le televisioni continuano a gracchiare nelle celle accanto alla mia. La testa scoppia!

Alle 14.30 viene l'avvocato Vitiello junior. Mi riferisce che il giudice Stravino sta interrogando in tribunale altri testi (la Speranza?) e che suo padre attende di fuori il giudice. Gli chiederà la libertà provvisoria per me? Gli ho detto di riferire al giudice che, eventualmente volesse interrogarmi di nuovo, in questo momento non mi sento in grado di subire altri interrogatori a causa delle lunghe insonnie che mi hanno totalmente stressato.
Ora sono le 16.30. Attendo di essere chiamato per celebrare la Messa. Fuori piove a dirotto. Qui, malgrado la stu¬fetta, fa un freddo cane e l'umidità raggela le ossa.

Nicola è un contadino di un paesino in provincia di Avellino. Da giovane ha lavorato in Svizzera come muratore. Dopo aver raggranellato un gruzzolo, è tornato al paese natio, si è costruito una casetta e si è sposato. È qui dentro per aver ucciso un uomo che lo importunava. È un tipo calmo, almeno apparentemente, e pensa di continuo alla fami¬glia. Sono più di due anni che è dentro e ancora non si è fatto il suo processo. Si sta molto affezionando a me. Dopo la Messa, ogni giorno, passeggiamo per una mezzoretta nel corri¬doio. Ogni tanto mi porta un piatto di pasta cucinato da lui oppure una lattina di birra.

Dopo la Messa vedo fugacemente Padre Gabriele. Noto che dopo l'Eucarestia riesco sempre a sentirmi più tranquillo.
Anche se oggi è stata una giornata abbastanza agitata e solitària (nessuna notizia da fuori) ora mi sento più disteso e sereno. Ma sono proprio queste alternanze di pace e di
agitazione che creano scompensi e insicurezze. Ora passeranno altri giorni (due, tre?) prima di poter conoscere il mio avvenire.

Sabato 27 febbraio - 10° giorno

Oggi è la fine di un'altra settimana, vorrei sperare che il giorno della Resurrezione si avvicini. La crocifissione è avvenuta, ora sono nel sepolcro, nell'attesa.
Gesù, appena risorto, ha consolato i suoi discepoli. Lo stesso dovrò fare anche io.
Non fare la vittima, non ripiegarmi in me stesso, non aver timore di giudizi, fors'anche impietosi della gente, ma confortare, rac¬cogliere il pusillus grex ed andare avanti con maggior coraggio di prima.
«Le cose vecchie sono passate, ecco, ora io vi dò delle strade nuove da percorrere».
La mattina trascorre veloce (cosa strana!) tra lettura del giorna¬le, Padre Cocozza, PIngegner Pucci e poi il colloquio con l'avvoca¬to, Padre Giordano, Padre Puca e Padre lappelli.
Anche le notizie sono buone, occorre ancora un pò di tempo perché possa uscire assolto con formula piena!
Resterà una esperienza nuova, traumatizzante ma anche importante. Direi fondamentale per la mia vita.      

Domenica 28 febbraio - 11° giorno
È la seconda settimana che trascorro in carcere. Ora però mi sento più sereno. Cerco di vivere questi giorni, tanto per non pensare ad altro, con l'occhio del giornalista, dell'inviato speciale a Poggioreale, per poter fare uno straordinario reportage. Cerco di guardare da oggi con occhi nuovi fatti e persone. Spero di riuscire a guardare dall'alto le cose che succedono qui dentro. Potrei dire che, appena entrato, le vedevo dal basso, poi ho cercato di mettermi a livello, ora voglio essere superiore a tutto quello che accade. Ciò non significa superbia o altezzosità, ma vuoi dire che invece di avere un atteggiamento passivo ora sono interessato attiva¬mente a tutto quello che succede. Noto tante e tante ingiu¬stizie, angherie, soprusi che si assommano alla vita ordinaria che già di per se stessa non è bella. Il traffico dei giornali, per esempio, arricchisce certamente qualcuno poiché quando i giornali non escono le somme anticipate non vengono rimborsate. Ancora, le differenze tra celle ricche e celle povere, i giochi di potere... Poggioreale è un microcosmo che riproduce vizi e virtù di una città (certamente più i vizi).
In mattinata vedo Padre Cocozza, Padre Mensitieri e Don Bivio.
Pranzo solitario a mezzogiorno.
Nel pomeriggio leggo un libretto che mi ha mandato Suor Lidia a mezzo di Padre Cocozza. È «La vita del piccolo San Placido» di Suor Gallois o.s.b., edizione Gribaudi. Trascrivi alcuni pensieri che mi hanno fatto pensare.
«Il vero apostolato non consiste nel parlare ma nell'essere Oggi va di moda un apostolato all'insegna delle chiacchiere < dell'agitazione... Ogni anima che si innalza, innalza il mondo...» «Questa cella non è una tetra prigione. È una finestra spalan cata verso le stelle, attraverso la quale entra il profumo di Dio» Sono le 17.30. Ho celebrato la Messa con molte lacrime La formula della consacrazione mi ha dato la sensazione di essere unito fisicamente al Cristo sofferente. Ogni tanto mi capitano questi momenti di forte tensione spirituale che non avevo mai provato prima. Probabilmente ciò dipende anche da uno stato di forte emotività e di grande stanchezza. Fortunatamente alle 18 mi chiama Padre Gabriele e posso uscire dalla cella. Alcuni momenti il solo fatto di uscire sul corridoio da un senso di felicità e di libertà. Poi mi intrattengo nella cella di Mario per circa un'oretta e il solo fatto di poter parlare con qualcuno ti scarica da molte tensioni. Così si arriva alle 20, ora in cui si torna in cella e vengono sbarrate le porte. Anche questa giornata è terminata. Domani altre incognite, altri interrogativi. Vorrei sperare di aver trascorso già la più parte del tempo in carcere e che la liber¬tà sia più vicina di quanto non creda, ma...

Un'altra sofferenza del carcere è quella di non poterti nemmeno programmare la giornata. Sei in cella a leggere e ti mandano a chiamare; stai misurando su e giù la tua cella attendendo qualcuno o qualcosa e invece non accade nulla. Se sapessi esattamente quanti giorni dovrei stare qui dentro, potrei programmarmi delle letture, qualche studio. Invece, no! Tutto è all'insegna del provvisorio, del transitorio, niente è certo, nulla è sicuro. Il «forse», il «chissà» eletti a sistema. È la distruzione sistematica dell'uomo.

Lunedì 1° marzo - 12° giorno
Nonostante le previsioni, ho trascorso una notte tremenda. Un terrore irrazionale della porta sbarrata misto al frastuono dei televisori mi ha impedito di dormire. Un senso di angoscia invincibile ha dominato tutta la notte. Verso l'I.30 sono entrato in uno stato di torpore, poi destato dalla ronda delle 3. Di nuovo torpore sino alle 5. Poi lo scandire dei minuti e la testa sempre più vuota e un tremore per tutto il corpo. Sono stremato, non ho voglia di far nulla. Scrivo queste righe col cappotto sul pigiama, non ho voglia di vestirmi, anzi non ne ho la forza. Questa notte cercavo di reagire pensando, convincendo la parte animale che è in me. Mi sembrava di riuscire e poi, ecco, la parte irrazionale prendeva il sopravvento. Da oggi in poi veramente ho paura di me, non so co¬me potrà andare. Sento che c'è qualcosa che va distruggendosi in me. Ho paura. Di cosa? Non lo so, ma ho paura.

Ora sono le 7.15 e sapere di avere una giornata intera davanti a me mi terrorizza. E se domani fosse lo stesso, e poi anche dopodomani? Perché devo stare qui se non ho fatto nulla? In carcere si innesca un processo irreversibile di distruzione della personalità. Elemosinare alla guardia il favore di accenderti la luce, attendere l'inserviente che ti porti un goccio di caffè... E tu diventi sempre più oggetto e sempre meno persona. Cosa conto, cosa valgo qui dentro? Meno che niente. Una cosa da contare più volte al giorno, un oggetto ingom¬brante che da fastidio. E sempre gli stessi rumori, le stesse voci, gli stessi suoni. Una persona intelligente e innocente soffre mille volte di più di chi è ignorante o colpevole o tutt'e due insieme. Loro sono tranquilli, vedono la televisione, dormono, si preparano il pranzo, giocano a carte... Ma l'assillo di sentirsi innocente, il cervello che rimugina pensieri e pensieri, fa quasi arrivare alla follia. Ma devo essere calmo, devo dominare la parte bestiale che è in me. Non devo far trionfare i miei nemici, coloro che credono di riuscire a fiaccare la mia volontà.

Oggi inizia il 12° giorno di detenzione.
Dodici giorni buttati via senza un perché. E quanti altri? Si, è vero che di fronte ad altri sono un privilegiato, ma in me non c'è colpa alcuna. Mi salva dalla disperazione soltanto il pensiero del Cristo sofferente. È un mistero. Il mistero della sofferenza e della redenzione. Ma come è difficile farlo accettare a tutto il mio essere!
Dopo aver passato parecchie ore in uno stato di profonda prostrazione, alle 11 arriva Padre Cocozza. Ero arrivato allo stremo delle mie forze. L'ho visto come un cireneo. Sentivo pensieri di odio che si facevano strada in me e non volevo accoglierli. Non ho mai odiato nessuno, e questi sentimenti emergenti non volevo accoglierli. Ma sentivo montare que¬sta marea di odio e allora piangevo. Padre Cocozza mi incita ad alzarmi, a vestirmi. Mi porta un po' in giro nell'interno del carcere, mi fa visitare le cucine. Ma lo seguo come un ro¬bot, nulla mi interessa. Passando per il Centro Clinico incontriamo il dottor Zoena e mi intrattengo un po' con lui. Gli espongo il mio stato d'animo e lui cerca di tranquillizzarmi. Amore e odio — mi spiega — sono due sentimenti umani. Sarebbe da meravigliarsi se non avessi avuto queste tentazioni. Ma intanto il tumulto delle passioni contrarie continua dentro di me. Tutto sommato, questo incontro mi ha fatto bene, ho trovato un po' di calma. Quando torno in cella tro¬vo una lettera di mio fratello e altre di amici.

Sono le 15.15. Ho atteso spasmodicamente la visita dell'avvocato, ma non è venuto. Sbocconcello un panino con un po' di prosciutto. L'appetito se ne è andato. Mangio soltanto per sopravvivere. Le ore continuano a passare con la massima lentezza.
Alle 17 scendo al pianterreno per celebrare la Messa. Sono come la vittima che viene posta sull'altare per essere sacrificata. Celebro con fervore, ma senza lacrime. Precedentemente avevo chiesto a Padre Cocozza di assolvermi da queste tentazioni di odio. Ora non lo sento più, ma sono come inaridito. Il Vangelo di Matteo (25,31) mi tocca profondamente; giudico questa pagina una delle più sublimi di tutto il Vangelo.

Dopo la Messa vedo Padre Gabriele e lo prego di telefonare in comunità chiedendo se ci sono novità. Risalgo al mio piano e mi intrattengo un po' in infcrmeria con Mario e con un agente, D'Errico. Un particolare ricordo merita quest'ultimo. È un giovane intelligente, aperto, non frenato dalle pastoie della lettera del regolamento. Mi concede di passare un po' di tempo nella cella di Mario. Si parla sempre delle stesse cose, ma almeno si parla. Mario mi mostra alcune sue poesie, alcune lettere scritte alla moglie e restate senza risposta. Mi parla del figlio che non vede da quasi tre anni e del quale non ha notizie. C'è chi sta peggio di me. Riconosco la mia vigliaccheria e la mia debolezza.
Vengo interrotto da Nicola che mi porta un piatto di spaghetti, cucinati da lui, e una lattina di birra. Tornato in cella, mangio e bevo con appetito. Non mangiavo un piatto di spaghetti da 12 giorni! Anche il corpo vuole la sua parte...

Sono venuto a conoscenza, da «Radio Carcere» che la Maria Speranza avrebbe ricevuto 5 milioni (da chi?) per ritrattare e accusare me! Sarà vero?
Dopo mangiato, torno nella cella di Mario e ho il permesso di intrattenermi con lui fino alle 23.30. Continuiamo a parlare di tante cose e il cuore mi si allarga. Lo sento come un vero fratello. Prima di lasciarlo, mi fa una camomilla e mi da un «madar notte», un sonnifero.
Torno in cella più sereno. Sono ricorso anche all'espediente, forse sciocco ma efficace, di girare la posizione del letto, in modo da non vedere la cancellata e la porta sbarrata. Vedo solo un po' di cielo, attraverso i vetri sporchi e rotti, e sempre sezionato, fatto a piccoli pezzi, dalle sbarre e dalla grata. Ma è sempre cielo. E il cielo mi ricorda la libertà. E, grazie a Dio e al sonnifero, mi addormento. ;

Martedì 2 marzo - 13° giorno
Questa notte ho dormito, anche se con improvvisi risvegli di tanto in tanto. Il sonnifero ha agito e anche ora che scrivo (sono le 9) mi lento leggermente storidito. Penso che Gesù «noluit bibere», non volle bere la droga che lo avrebbe stordito sulla croce e invece la mia debolezza ha cercato e chiesto questo farmaco. Pietà di me, Signore!
Ieri sera ho cambiato le lenzuola (quanti altri cambi dovrò fare?) e stamattina ho scopato e lavato per terra. «Cella continuata dulcescit». Se non fosse per le cose che devo fare e per stare vicino ai miei giovani, forse potrei anche affezionarmi a questa vita. Ieri è stata una giornata molto difficile per me e tremo al pensiero che simili momenti possano ritornare. Come siamo strani noi uomini: passiamo da un sentimento all'altro con estrema facilità! Ieri avevo paura perché sentivo che stava prevalendo in me un sentimento di odio. Piangevo perché non volevo accettarlo, ma sentivo che si faceva strada in me. Una lotta che mi ha estenuato. Oggi provo invece verso coloro che mi hanno fatto del male solo disprez¬zo, ma temperato da tanta pietà. Come è mutevole l'animo umano.
Verso le 11 ricevo la graditissima visita di Padre Cocozza che si intrattiene con me fino alle 13. Gli manifesto le mie preoccupazioni sul protrarsi di questa situazione. Purtroppo possiamo fare solo ipotesi. Torno in cella alle 13 e prendo un boccone. Suor Lidia, sempre tanto gentile, direi quasi materna, mi ha mandato dei carciofi fritti ed un fiore.

Ora, alle 13.30 resto in attesa dell'avvocato. Aspetto con ansia, poi con nervosismo... e poi la delusione. Sono le 15.10 e l'avvocato non è venuto neppure oggi. Forse la sua presen¬za sarà più utile in tribunale, però in carcere si sviluppa questa dipendenza, talvolta anche irrazionale, dall'avvocato. Si spera che porti buone notizie, che abbia in mano le chiavi della libertà. Lo si vede in un'ottica deformata, senza dubbio, ma non ci se ne accorge. Cosa pensare di questa visita mancata? Oggi poi neppure una lettera. In alcuni momenti pare che le mura del carcere si alzino fino al ciclo. Ricomincia il ritornello: forse, domani. Forse, domani. Ma fino a quando?
Regalo il fiore di Suor Lidia a Mario. Capisco che lo gradisce molto. La vita del carcere è fatta anche di questi piccoli gesti, di questa solidarietà, che ti aiuta a non alienarti, ad essere ancora e sempre ricco della tua umanità. Dare o ricevere piccole cose, ti fa capire che esiste l'amicizia e che nessuno è cattivo. Chi ha ucciso, chi ha rubato, l'ha fatto, molto spesso, in momenti particolari, per cui credo che quasi sempre si potrebbero trovare delle attenuanti: «non sanno quello che fanno». L'animo si purifica ed emergono doti insospettate di cortesia, di gentilezza, in una parola, di umanità. La colpa è riscattata, resta, purtroppo, la «vendetta» della legge. Sono le 17. Pare che stasera ci siano difficoltà per la celebrazione della Messa. Viene un appuntato a dirmi che «per motivi di servizio» non è possibile che scenda in cappella. Protesto formalmente e chiedo di parlare con Padre Gabriele. Finalmente alle 17.45 arriva Padre Gabriele e mi è concesso di scendere in cappella. Pare che ci sia stato un po' di disordine nel reparto di massima sicurezza e che quindi non si desiderasse che ci fossero movimenti in giro. Stasera mi dicono che al primo piano di questo padiglione c'è un vecchietto che si è barricato nella cella perché non gli hanno dato il permesso di telefonare al figlio.

Celebro la Messa e poi torno di sopra. Padre Gabriele mi dice che ha saputo dai miei confratelli che domani verrà nuovamente al colloquio mio fratello. Mi dispiace assai che si strapazzi con questi viaggi. Gli avevo fatto sapere che preferivo non venisse.
Sono le 19.45. Speravo anche stasera di passare qualche ora da Mario. Invece mi viene concessa un'oretta scarsa. Non tutti gli agenti di custodia hanno un modo aperto di vedere le cose. La maggior parte si trincera dietro la lettera del regolamento. D'altronde non hanno grandi studi alle spalle, ven¬gono dai paesi e fanno questo mestiere perché non hanno trovato di meglio. Spesso parlano degli anni che loro mancano per andare in pensione.
Mi portano una lettera di Alfonso e per un momento ritrovo gioia ed entusiasmo, anche se tra le lacrime. Sono in ansiosa attesa per domani. Cosa mi dirà l'avvocato?

Mercoledì 3 marzo - 14° giorno    ;
Sonno profondo col «flunox» ordinatomi dal dottor Zoe-na. Ciò non toglie che alle 7 sono sveglio, anche se stordito, e con i pensieri di sempre. Scrivo delle lettere, leggo, ma sempre col pensiero fisso all'incontro che oggi avrò con l'avvocato. Ho paura che mi si diranno ancora parole, che mi si daranno assicurazioni vaghe, che mi si inviterà a pazienta¬re, ad avere coraggio, ecc. ecc.. Sono le 9.50.
Alle 11 vengo chiamato al colloquio. C'è mio fratello assieme a Padre lappelJi e a Padre Giordano. Arrivo al corridoio dei colloqui barcollando. All'inizio sono molto teso, poi man mano mi rassereno. Ripetiamo le stesse cose, ma il semplice fatto di parlare e di stare fuori dalla cella, distrae notevolmente. Restiamo fino alle 15, attendendo l'avvocato che, però, non viene. Mi dicono che poi domani dovrei fare un confronto con Maria Speranza e che poi... tutto potrebbe finire. Sarà vero? Torno ai Padiglione. Trovo Padre Cocozza che mi aspetta. Mi riferisce che avrebbe saputo che il giudice mi accuserebbe che avrei addirittura partecipato a riunioni della camorra! Mi sembra di sognare! Ma queste accuse assurde mi muovono al riso e mi danno il buonumore! Proprio oggi ho ricevuto molte lettere, una ventina, tutte di solidarietà e di amicizia, e ciò mi ha molto consolato.
Quando Padre Cocozza se ne va, scendo a celebrare la Messa e quindi mi intrattengo nella cella di Mario fino alle 20. Oggi è stata una giornata piena. Spero tanto che stia arrivan¬do la conclusione di questa assurda storia!

Giovedì 4 marzo - 15° giorno
Sonno artificiale, mi sveglio e piango. Ieri sera, verso le 21, mi ha chiamato al telefono Padre Gabriele per dirmi che oggi l'avvocato verrà senza meno. Comincia un altro giorno di attesa, di ansie. Il mio stato d'animo odierno è troppo sereno, forse mi sto abituando alla routine del carcere.
Stamattina pensavo alle lamentazioni del venerdì santo: «Popolo mio, che cosa ti ho fatto? Io ho voluto alleviare il dolore altrui, e tu mi hai messo in una cella... Io ho voluto proclamare la giustizia e la verità e tu mi hai bollato come malfattore... Io ho rimesso tanti giovani sulla retta via e tu mi hai detto che sono socialmente pericoloso...». Signore, perdona loro, perché non sanno quello che fanno! Come è arduo vivere il cristianesimo! La mia umanità spesso si ribella e vacilla. «Beati voi quando vi insultano e vi perseguitano, quan¬do dicono falsità e calunnie contro di voi, per il fatto che siete miei discepoli. Siate lieti e contenti, perché Dio vi ha prepa¬rato una grande ricompensa: infatti, prima di voi, anche i profeti furono perseguitati» (Matteo, 5, 11-12).
Meditando queste beatitudini devo dedurne, con ìa fede, che Cristo vuole privilegiarmi: «... siate lieti e contenti...» Eppure, come dice il salmo, bagno di lacrime il mio letto giorno e notte.

Sono le 12. È passata una mattinata, sempre chiuso, tre passi avanti, tre passi indietro, cinque minuti sul letto, e poi di nuovo su e giù. Se questa non è tortura, cosa è la tortura? Vorrei scrivere delle lettere, ma appena inizio, me ne passa la voglia. Scrivere sempre le stesse cose, a che serve. Tutto sembra inutile. Facendo qualcosa mi sembra di ingannare me stesso. Sono le 13. E ancora l'avvocato non viene. Dalle 7 di stamane sono qui, bloccato in questa cella di tre metri per due. Come si fa a stare tranquilli?
13.10. Viene Don Elvio e mi porta una lettera di Alfonso. Queste visite sono come dei raggi di sole. Mentre parliamo, vengo finalmente chiamato. L'avvocato Vitiello mi conferma il confronto di domattina con la Maria Speranza e mi racco¬manda di stare tranquillo. Vedo anche un giovane, Silvestre, amico di Lucio.

Torno in cella alle 15.45. Prendo un boccone e cerco di riposare un poco. Alle 17.45 scendo a celebrare la Messa. Prego molto perché il confronto di domani vada bene. Prego an¬che per i miei persecutori. Voglio essere in pace con tutti, nonostante tutto. Il Vangelo di oggi dice: «Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto».
Dopo la Messa viene Padre Cocozza e mi intrattengo un po' con lui. Pare che il Seminario sulla Camorra che doveva tenersi domani al Circolo della Stampa, non si farà più. Mol¬ti oratori si sono ritirati. Le autorità hanno fatto sapere che non potranno più presenziare... Pare addirittura ci siano state pressioni dall'alto perché il Seminario non si tenesse... Ai mi¬steri si aggiungono i misteri. Mi dispiace per Telemaco che si era dato tanto da fare!
Questo mio arresto sta distruggendo, assieme a me, tante altre cose. È come una valanga. Come ovviare a tanto male? Tristezza, nausea, disgusto.
Alle 20.15 entro in cella e poco dopo si chiudono le due porte. Alla guardia raccomando di pregare gli altri detenuti di tenere basso il volume dei televisori, perché domani ho il confronto e vorrei arrivarci, non dico fresco, ma almeno non distrutto. Parole al vento. I televisori continuano ad alto volume.
Cerco di arrivare alle 23 come meglio posso e poi vado a letto. Non sono affatto turbato per il confronto. So di essere dalla parte della verità, non ho nulla da nascondere.

Venerdì 5 marzo - 16° giorno

Signore, giudica chi mi accusa,
combatti chi mi combatte...
Sorgevano testimoni violenti,
mi interrogavano su ciò che ignoravo,
mi rendevano male per bene:
una desolazione per la mia vita.
Ma essi godono della mia caduta...
Contro di me digrignano i denti... (Salmo 34)
Un cuore affranto e umiliato,
tu, o Dio, non disprezzi. (Salmo 50)

Questi sono alcuni dei sentimenti che ho oggi nel cuore, ricavati dalla preghiera liturgica. Questa notte ci sono stati molti rumori nel corridoio, per cui, nonostante il sonnifero, ho dormito poco e male. Mi sono alzato alle 7 ed ora sono le 8.15. Sono in attesa di essere chiamato per questo confronto. Sono calmo e sereno, però non mi faccio illusioni. Troppo fango è stato lanciato sulla mia persona. Quando si dice che uno è colpevole tutti ci credono; quando poi viene pro¬clamata la sua innocenza, questo è un fatto che non fa notizia, e poi restano i dubbi, i se e i ma...

Piango e attendo. Mi consola il fatto di essere circondato dalla preghiera di tante anime buone. Ieri sera ho chiesto una preghiera anche a Mario, che dice di non credere. E lui mi ha detto che farà per me una preghiera «laica»! Signore, sono nelle Tue mani!
Sono le 10. Ancora niente. Sono quasi le 12. Niente di niente! Che succede? La tensione è caduta, ora sono completa¬mente svuotato, senza volontà, senza idee. Sono ridotto a una cosa inerte. Ogni volta che sento suonare il telefono nella stanza dell'infcrmeria, il mio cuore batte all'impazzata e attendo che vengano a chiamarmi. Ma sempre invano.
Anche stamane i televisori sono ad alto volume e un sen¬so di frustrazione profonda si fa spazio dentro di me. Tutto è inutile!
Ore 12.30. Mi chiamano, finalmente. Dicono di prepararsi, ma passano i minuti e non vengono a prendermi. Recito due o tre rosari, La tensione aumenta. Alle 13 chiamo la guardia e gli chiedo se per caso ho avuto una allucinazione: è venuta o no una guardia a chiamarmi circa un'ora fa? Mi risponde di si, ma che per mancanza di personale devo at¬tendere. Finalmente vengo portato nella sala dei colloqui e qui ho la sorpresa di trovare soltanto l'avvocato Vitiello. I giudici non sono venuti. Il confronto è saltato. Non tutto è chiaro, pare che sia scattato il mandato di cattura anche per la Speranza...

Chi ci capisce, è bravo! Ma allora, penso, o io o lei... È proprio vero che questi giudici hanno una mania arrestaiola: tanti più, tanto meglio. L'avvocato Vitiello mi fa vedere una copia della richiesta di libertà provvisoria a mio favore, presentata stamattina e consegnata nelle mani del giudice. Penso che qualcosa dovrebbe cominciare a muoversi, ma intanto mi aspettano altri due giorni di stallo, sabato e domenica, giorni nei quali anche la giustizia si riposa.
Nel pomeriggio mi telefona Padre Cocozza e mi dice che il confronto è rinviato a lunedì prossimo e che ci sono buone speranze per me. Mi dirà di più a voce domani.
Celebro la Messa e poi mi intrattengo a parlare un po' con gli agenti di custodia. Sono le 19.30 quando torno in cella. Ormai credo sia questione di giorni. Dovrei essere quasi alla conclusione di questa avventura. Ma non per questo non ci saranno ancora amarezze e tristezze. Cercherò di andare avanti con forza, nel migliore dei modi. Dio mi assista!

Sabato 6 marzo - 17° giorno
Sonno abbastanza tranquillo col sonnifero. Oggi mi sen¬to molto sereno e disteso. Penso che sia ormai questione di giorni, anzi di ore. Voglio trascorrere una mattinata in pace con tutti. Sono le 9. Poco fa ho chiesto di nuovo di fare un po' di passeggio, ma ho avuto l'ennesimo rifiuto «per ragioni di sicurezza»! C'è ancora qualcuno che pensa che mi vo¬gliono far fuori! Eppure tutti i detenuti che avvicino mi dicono: «Ma chi mai vi vuole ammazzare! Voi avete fatto del bene a tutti e tutti lo sanno! A voi vi vogliono tutti bene!». Sono io che sono un illuso? Trascorro il tempo scrivendo e leggendo. Sono le 11. È ancora presto. Mi sento stanco di non far nulla o quasi, ma non devo mollare. Oggi non faccio affi¬damento a visite. Me la devo sbrigare da solo. Ce la devo fare.
Verso le 12 una lieta sorpresa: ancora una volta una visita di Padre Cocozza. È raffreddato, ma è venuto ugualmente. Nessuna novità, ma buone probabilità. Alle 13 mi avvisano che c'è l'avvocato Vitiello e attendo di essere portato da lui. Questa di oggi, più che altro è una visita di cortesia. Mi conferma il confronto per lunedì verso mezzogiorno e le sue previsioni sono ottimistiche.
Alle 16.30 celebro la Messa e quindi ritorno in cella. Continuo a leggere e scrivere. Quando specialmente scrivo ai miei
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giovani, mi pare di averli vicini. Li tempesto di lettere. Mi aiuta a superare e a sopportare la lontananza e l'angoscia intcriore. Mi sforzo di essere sereno e tranquillo, un po' perché mi pare di aver recuperato abbastanza di pace interiore (avviene sempre dopo la Messa) e un po' perché spero tanto che le mie pene volgano al termine.
Domani, domenica, sarà un'altra giornata di tutto riposo.

Domenica 7 marzo - 18° giorno
È la terza domenica che trascorro in carcere. In queste domeniche il mio pensiero va a Padre Francesco, alla mia Messa delle 12.30, ai miei fedeli. Cosa diranno di me? La domenica è la giornata più sofferta intcriormente perché mi viene precluso il mio ministero sacerdotale diretto. D'altra parte penso che la grazia di Dio circola in modo incomprensibile per noi. «Spiritus ubi vult spirai» e chissà che stando qui a soffrire non faccia più bene alle anime, anche senza rivolgermi direttamente ad esse. «Se il seme di frumento non finisce sottoterra e non muore, non porta frutto» (Giov. 12,24). Chiedo al Signore che, dopo questa morte, possa effettivamente portare molti più frutti di bene e di grazia di quanto non abbia fatto finora...
Per il resto, tutto rientra nella routine. Sveglia alle 7, dopo un sonno abbastanza tranquillo. Sono sereno. Ho davanti a me le foto inviatemi ieri da Alfonso: sto con i miei giovani, a tavola, la sera di fine d'anno. Vedo i loro volti gioiosi, sereni e dico tra me che vale la pena di continuare a stare in mezzo a loro. Uno che non li conoscesse, li giudicherebbe dalle facce. Ma io conosco i loro intimi pensieri. Ricordo come insistettero perché restassi con loro a cena e come si offrirono di riaccompagnarmi al Gesù Nuovo. Erano le 23. Si avvicinava l'ora dei «botti». Percorrevamo via Roma deserta. Arrivati a Piazza Carità, Salvatore fece quasi una riflessione ad alta voce: «Se non c'eravate voi, noi adesso saremmo stati in mezzo a una strada». Quella frase mi colpì e mi fece male, perché mi accorsi che questi giovani vivono sempre con l'in¬cubo di tornare in mezzo alla strada. Perciò si attaccano a me con tanto affetto. E ora, che faranno senza di me? Riusciranno ad andare avanti lo stesso? Nessuno di noi è insostituibile, è vero, ma sento tanto dolore per averli dovuti lasciare, sia pure contro la mia volontà.

Vengo a sapere che stanotte, qui in carcere, un giovane tossicodipendente di 24 anni, si è impiccato. L'hanno portato qui al San Paolo, ma ormai non c'era più niente da fare. Sento una tristezza profonda e tanta rabbia. So che in questo momento, a Poggioreale, in altri padiglioni, ci sono giovani che conosco: Marcello, che dovrebbe uscire il 19 di questo mese e tornerebbe in comunità; Pablo, che ha scritto frasi ingiuriose nei riguardi dell'esercito; Carlo, credo per aver spacciato eroina. Chi lo avrebbe mai detto che ci saremmo trovati insieme in questo inferno!
Sono le 10. Mi telefona Padre Cocozza e mi fa parlare con Padre Dalla Vedova, il quale mi conferma tutta la sua solidarietà. Al termine della sua Messa, vedo Padre Mensitieri, mi consegna delle lettere e ci intratteniamo in un breve colloquio. Poco dopo salgono anche Padre Cocozza e Don Elvio e resto con loro fino alle 12.30.

Tutto il mio pensiero è fisso al confronto di domani e alla ipotesi, che non dovrebbe poi essere tanto campata in aria, della libertà, almeno provvisoria. Ma sarà domani o poido-mani? Mi impongo di restare calmo fino a tutto martedì. E se non dovesse arrivare neppure per allora? Ma è inutile fare supposizioni. Cerco di vivere alla giornata. «Sufficit dici malitia sua». Non è la paura di imprevisti nel confronto, poiché la mia coscienza non mi rimprovera nulla. I miei contatti con la Speranza sono stati pochi e formali. Ma penso alle pastoie burocratiche che mi potranno trattenere qui dentro chissà ancora per quanto.
Sono le 15. C'è il solito controllo alle sbarre delle porte delle celle. Un rumore che a volte è insopportabile, anche se quando arrivano a me, se ne astengono (bontà loro!).
C'è un vecchio pazzo, a qualche cella dalla mia, che grida in continuazione «Superiore!! ! Sono morto! ! !» E questo gior¬no e notte. Cerco di riposare un poco. Se ci riesco!
Una riflessione mi viene alla mente. Sul mio caso si sa¬rebbe dovuto arrivare a delle conclusioni dopo aver raccolto delle «prove». Invece sono solo state tratte delle conclusioni affrettate e poi sono state cercate le prove per sostenere tali conclusioni. Le conclusioni, anche se sono logiche, non sono mai prove! E mille ipotesi non fanno una prova!

Arrivano le 17 e scendo a dire la Messa. Celebro in suffragio di Padre Marone che è defunto ieri a Cangiani. Dopo la Messa vedo Padre Gabriele e scambio con lui due parole. Mi porta spesso delle buste di latte, che costituiscono in questi giorni il mio alimento principale.
Tornato in cella, tento di lavarmi i piedi e di tagliarmi le unghie e, bene o male, ci riesco. Ora sono le 18.30. Bisogna soltanto fare in modo che il tempo scorra il meglio possibile.
Voglio trascrivere, a mia consolazione, questa frase di San Paolo: «Io penso che le sofferenze del tempo presente non siano assolutamente paragonabili alla gloria che Dio ci manifesterà» (Romani, 8,18). «E se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Romani, 8,31). Penso che quando si crede veramente, si possono affrontare tutte le difficoltà, tutti i dolori, tutte le prove, con animo sereno. E ciò non con spirito di superuo¬mo, ma con molta umanità, anche piangendo e gridando e dicendo «Signore, non ne posso più!». Ricordo qui l'ultimo grido di Gesù: «Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?» Ma in quel grido c'è una scintilla di speranza e non di disperazione.

Lunedì 8 marzo - 19° giorno

Inizia una nuova settimana, all'insegna dell'incognito. Oggi ci dovrebbe essere il confronto, rinviato da venerdì. Tre giorni trascorsi inutilmente. Stanotte verso le due sono stato svegliato da grida, urla, vociare. Non so cosa sarà successo. Certo questo non è il luogo migliore per riflettere e metter ordine alle proprie idee. Ora sono le 8, mi sono lavato e vestito e co¬mincia la lunga attesa. Credo che giudici e avvocati non arriveranno prima delle 13. Oggi mi manca anche la presenza, così umana e rasserenante, di Padre Cocozza, che è a Roma. Eppure passeranno anche queste cinque ore!
Il chiasso di questa notte era dovuto, mi spiegano, ad un attacco di epilessia di un detenuto. Leggo i giornali. Trovo tutti i dettagli sul giovane che l'altra notte si è impiccato qui a Poggioreale, nel padiglione Milano. La stampa batte e ribatte sul fatto che era tossicodipendente, ma con questa etichetta si giustifica tutto. Chiunque, qui dentro, potrebbe pensare di mettere fine a tante stupide sofferenze con un gesto inconsulto!

Leggo su «Paese Sera» un commento di Marrazzo sul ca¬so che mi ha portato dentro: molto colore locale, convenzio¬nalismi, superficialità, ma scarsissima corrispondenza alla verità.
Alle 9.30 per la prima volta da quando sono qui, mi è concesso di fare un po' di passeggio. In un cortile squallido andiamo su e giù per circa due ore, io e Nunzio, un compagno di sventura, cardiopatico.
Alle 11.30 mi chiamano. C'è il giudice Stravino, Maria Speranza e gli avvocati. Il confronto si svolge abbastanza serenamente. All'inizio faccio presente che non mi trovo nelle migliori condizioni psico fisiche. Le mie risposte sono brevi, talvolta non ricordo effettivamente dei particolari, talvolta smentisco la Speranza. Il giudice pare convincersi della mia innocenza, cioè del fatto che non ho mai voluto calunniare nessuno né favorire alcuni al posto di altri. Dico: «Mi sono limitato a fare arrivare alla magistratura le voci che veniva¬no fatte nei vicoli». Senza commenti, né pressioni. Al termine del confronto il giudice dice agli avvocati che, per motivi procedurali, non può ancora firmare il foglio di scarcerazione. Quindi continua l'altalena di congetture e di ipotesi sul «quando». Domani l'avvocato Vitiello sarà fuori Napoli, quin¬di dovrò dare per scontati almeno altri tre o quattro giorni. Ciò mi innervosisce abbastanza, ma che fare? Continua l'at¬tesa. Torno in cella verso le 14. Mi sento la testa in fiamme e mi tremano le gambe. Sinceramente, non ci ho capito nien¬te. Fino a quando devo restare qui e perché? Parlo con Mario e mi sfogo con lui. Parlare serve a smontare le tensioni. Ho lo stomaco chiuso, non ho voglia di mangiare nulla...
Alle 17 scendo a celebrare la Messa. Vedo Padre Gabriele. Anche lui è meravigliato per queste lungaggini burocrati-che. Stasera telefonerà a Padre lappelli per chiedere chiarimenti.

Dopo la Messa, passeggiando come al solito nel corridoio del pianterreno, Nicola mi racconta una storia agghiacciante. Un detenuto, sospettato di fingere, in preda a una crisi epilettica, fu trasportato al Padiglione San Paolo trascinalo per i piedi, con la testa che rimbalzava sull'asfalto!
Oggi c'è una novità. Sono stati ritirati tutti i piatti e le scodelle di acciaio inossidabile, che trovavo abbastanza buoni. Al loro posto hanno dato piatti e scodelle di plastica. Dopo qualche mese chissà che schifezza di untume diventeranno!

Sono le 18. Sta finendo un'altra giornata. Quante altre? Alle 18.30 Nicola mi porta un piatto di riso scaldato e un pez-zetto di lesso. È il primo pasto di questa giornata. Mando giù il riso più per dovere di sopravvivenza che per vero appetito.

Martedì 9 marzo - 20° giorno

«Le lacrime sono il mio cibo giorno e notte». Ripeto mo¬notonamente questo versetto dei salmi, assaporandone tutta l'intima realtà della mia situazione. Oggi mi attende una giornata lunga, monotona e grigia. Doveva essere, secondo le mie illusioni, quella della libertà e invece sarà forse la più triste. Non prevedo visite o incontri e resto con il dubbio del confronto di ieri. È servito o no? È stato positivo? E se sì, perché sono ancora qui? E per quanto tempo ancora? Le ore, oggi, trascorreranno più lente del solito e, quando verrà la notte, avrò vissuto una giornata vuota e inutile. Oggi devo avere più fede del solito. Gesù mi è accanto. Devo solo avvertirne la presenza. Saprà Lui, dalle ceneri di questa giornata, far nascere un fuoco che possa incendiare il mondo intero.
Alle 9.30 comincio il passeggio nel corridio, ma dopo pochi minuti vengo chiamato a colloquio. C'è l'avvocato Osval-do lennaco, un uomo che prima conoscevo assai poco, ma che dal giorno del mio arresto è stato assai vicino ai miei giovani, offrendo loro viveri, denaro, compagnia e amicizia. È stato l'unico a far questo, eppure poteva sembrare una cosa ovvia! C'è sempre un buon samaritano! Restiamo a parlare per un paio di ore e mi sento un po' rincuorato. Proprio oggi che non aspettavo nessuno. Osvaldo mi parla delle difficoltà bu-rocratiche incontrate per ottenere questo colloquio.
Torno in cella alle 11.45. Trovo della pasta in brodo e mez¬za mozzarella e mangiucchio svogliatamente. Mi chiamano al telefono. Prima è un amico di Padre Dalla Vedova che mi dichiara tutta la sua amicizia e disponibilità (non ricordo il suo nome), poi è Padre Gabriele, che vuole sapere da me se ci sono novità. Lo prego ripetutamente di telefonare al Gesù Nuovo. Torno in cella alle 12.30 e mi arriva un pacco: è di Lucio. Pasta al forno e salsicce... Mi sento commosso per l'a¬micizia che mi dimostrano questi giovani che ho tanto aiutato. È segno che è restato qualcosa dentro di loro: affetto, gratitudine, meglio ancora, amicizia che si sforzano di dimo¬strare come meglio possono.
Mi metto un po' a riposare sul letto, ma alle 14.30 mi chiamano un'altra volta: c'è l'avvocato Vitiello. Visita breve, buone speranze perché i giudici possano firmare la scarcerazione per il prossimo venerdì. Domani, mi avvisa, per il colloquio verranno Padre Giordano, Padre lappelli e uno dei miei giovani, Alfonso.  ;

Torno in cella. Mi metto a scrivere a macchina, prestatami gentilmente da Mario. Alle 16 Nicola mi viene a prendere per la Messa. E, appena terminata la Messa, mi manda a chia¬mare il Comandante Mignone. Vuole sapere come sto, come mi trovo, si scusa per il fatto di non avermi chiamato prima, ma è molto occupato. Mentre parliamo, arriva Luciano Som-mella, direttore del carcere minorile «Filangieri» e scambia-mo poche parole.
Alle 17.30 torno in cella e finisco di battere a macchina alcune lettere. Sono le 18. Tutto sommato, una giornata più animata del previsto. Domani ci saranno le visite. Vedrò Al¬fonso e potrò sapere da lui qualcosa circa la comunità dei quartieri e gli potrò dare qualche direttiva perché possa andare avanti nel migliore dei modi, per questi altri giorni che mancano alla mia liberazione. Vedere persone, parlare con essi, è la migliore medicina che aiuta a superare queste giornate.
Dovrebbero restare ancora due giorni di carcere, se tut¬to va bene... Ma è meglio non pensarci, per ora.

Alle 20.30, quando già sono chiuso in cella e con le luci spente, mi portano una lettera. È di Giovanni Laino. Tre fogli fitti fitti e la fotocopia di una lettera che un gruppo di miei amici ha inviato ai giornali, ma senza che nessuno abbia avuto il coraggio di pubblicare.
Leggo questi fogli alla luce del televisore. Con l'audio abbassato, è un ottima lampada. Finalmente un po' di solida¬rietà coraggiosa. Leggo e rileggo la lettera e piango. Ma mi sento rinfrancato. Ho la conferma che sto sulla strada giusta.

Mercoledì 10 marzo - 21° giorno
«
Sono tre settimane che sto qui dentro, ancora con promesse vaghe circa il giorno della libertà. Stanotte, con tutti i sonniferi (ho aumentato la dose) ho dormito poco. La tortura psicologica dei televisori accesi e del controllo notturno alle 3 di notte, continua a tormentarmi. È tremenda quella luce che ti si accende dinanzi agli occhi, sia pure per una frazio¬ne di secondo. Resto sveglio, in uno stato di torpore, tentan¬do inutilmente con tutte le mie forze, di riprendere il sonno interrotto.

Ora sono le 9. Ancora una volta si ripete il «rito» dello sbattere della mazza di ferro contro i cancelli delle celle e contro le sbarre delle finestre: musica «celestiale» che ti scuote fin dentro il cervello. Mi viene da ridere quando battono le sbarre del mio finestrone: non mi ci vedo proprio a segare le sbarre e a tentare una evasione calandomi col classico len¬zuolo annodato! Per fortuna non perdo il mio senso di «hu-mor». Rispondo alla lettera di Giovanni Laino e ciò mi prende un po' di tempo. Resto in attesa del colloquio che certamen¬te non sarà prima di mezzogiorno. Leggo i giornali. Sul mio caso, dopo le prime giornate, in cui si è scritto di tutto, con¬tinua il silenzio stampa. Il «prete» non fa più notizia. Apro la finestra per far entrare un po' di aria, ma devo affrettarmi a richiuderla immediatamente. Proprio di sotto brucia¬no i rifiuti! Fetore e una impalpabile polvere nera che si deposita sui viveri che metto in fresco sul davanzale. Sono le 10 e comincia in me uno stato di irrequietezza spasmodi-ca. Solo alle 12.30 vengo chiamato al colloquio. Prima disillusione. Ci sono soltanto Padre Giordano e Padre lappelli. Per motivi burocratici, Alfonso non l'hanno lasciato entrare. Leggo sul foglio del colloquio una annotazione a mano che sollecita una indagine dei carabinieri sul suo conto, perché possa avere un incontro con me! Cominciano i soliti discorsi vaghi: forza e coraggio... Dopo un po' di tempo viene l'avvocato Vitiello Junior. Riferisce che devo aspettare ancora una setti¬mana prima di ottenere la libertà provvisoria e che i giudici non vogliono che la stampa parli del mio caso. Mi cita il fatto di una emittente privata televisiva che ha detto qualcosa su di me, rendendo più difficile il rapporto con i giudici. Ciò mi meraviglia, perché, dico, se c'erano gli estremi per una diffamazione i giudici potevano querelare l'emittente priva¬ta; e se non c'erano, perché adontarsi tanto? Mi sembra che si voglia imporre il silenzio a tutti i costi e questo non mi piace. D'altra parte essi hanno il coltello dalla parte del manico e potrebbero negarmi la libertà provvisoria rinviandomi a giudizio chissà quando!

Mi avvedo che la situazione si sta ingarbugliando. Prima si parlava di uscire assolto con formu¬la piena, adesso si parla di libertà provvisoria a determinate condizioni... Tutti i discorsi che si affannano a farmi, di equilibrio, di responsabilità, di pazienza, mi sembrano folli e irreali. Non ne posso più! Qui si gioca troppo sulla mia pelle! Mi alzo e me ne vado, pregando tutti di non venire più a trovarmi! Sono stufo di belle parole! Torno al padiglione San Paolo. Il medico di guardia mi vede e mi chiede cos'abbia. Si è accorto del turbamento dipinto sul mio volto. Mi misura la pressione e la trova notevolmente alta. Finalmente torno in cella. Mi getto sul letto. Sono distrutto. Piango e non so che fare. Non ho voglia di far niente. A un certo punto, arriva Padre Cocozza. Questa concomitanza me lo fa sempre apparire come il mio cireneo. Posso sfogarmi con lui. Gli do una lettera per Alfonso. Domani mi porterà notizie.
Vado a celebrare la Messa. Alterno momenti di aridità a momenti di lacrime. Quando torno in cella sono le 18.
Credo che questa sia stata una delle più brutte giornate passate qui dentro. Prendo un boccone assieme a Nicola. Poi riprendo a scrivere. È l'unico conforto, sfogare il proprio ani¬mo almeno per lettera. Sto scrivendo un sacco di lettere ad Alfonso, povero figlio, forse lo sto troppo scocciando, ma per me, in questi giorni, scrivere significa comunicare e comu¬nicare mi aiuta a uscire di qui, sia solo con la mente. Comu¬nicare vuoi dire non morire, continuare a vivere, ad avere interessi. Oggi davanti a me ci sono le tenebre più fonde. Domani... che mi porterà domani? Al massimo, grigiore e noia. Una giornata lacerante come questa difficilmente potrebbe ripetersi.

Giovedì 11 marzo - 22° giorno
Amarezza, disgusto, noia. Mi alzo tardi, sono stressato, debole. Uno stato di inerzia comincia a impossessarsi di me. Lotto e non riesco a vincere il torpore. Scrivo a mio fratello, a Telemaco. Le mie parole sono grida di aiuto, le capiranno?
Mi chiama al telefono Padre Gabriele per dirmi che i miei confratelli gli hanno raccomandato di dirmi di non scrivere a nessuno. Trovo la cosa grottesca. Oggi non succederà nul¬la e così forse per qualche altra settimana...

Sono le 10.10. Cerco di leggere i giornali per distrarmi un poco. Alle 11.15 esco a passeggiare nel corridoio. Ho bisogno di moto. Il mio camminare assomiglia piuttosto a un corre¬re. Una corsa in tondo, senza sbocchi. Alle 12 prendo un boccone. Alle 12.15 mi getto di nuovo sul letto. Vorrei almeno dormire ma mille rumori e mille suoni me lo impediscono.
Alle 12.30 arriva Padre Cocozza, mi porta una lettera di Telemaco e i facsimili degli appelli che vogliono fare per me. Dopo poco sono chiamato a colloquio dall'avvocato Vitiello e Padre Cocozza viene con me. Restiamo a parlare fino alle 15. Domani dovranno essere interrogati dal magistrato i genitori di Tango e di Leonardo. Subito dopo «potrebbe» esse¬re firmata la mia scarcerazione. Il documento «potrebbe» arrivare qui verso le 14 o le 15 oppure «potrebbe» arrivare l'indomani. È una tortura psicologica che continua a scavar¬mi nelle profondità dell'anima!
La lettera di Telemaco mi ha profondamente commosso: io qui dentro e lui da fuori, abbiamo combattuto la medesima battaglia, condotta dai «nemici», senza esclusione di colpi. Mi lascia molto pensieroso il fatto che il Seminario sulla Camorra non si è potuto più fare. Rinviato sine die! Sareb¬bero arrivati ambigui inviti affinchè non se ne facesse nulla! Tuttavia penso che dovremmo essere vicini alla vittoria.
Alle 16 scendo a celebrare la Messa. Quindi vado nella cella di Mario e resto a parlare con lui fino alle 20. Mi dice di non farmi illusioni, di smorzare le facili illusioni. Tornato in cel la, mangio una mozzarella e poi guardo un po' la televisione Naturalmente sono proteso col pensiero alla giornata di do mani che potrebbe essere quella risolutiva. Ma d'altra par te, come mi diceva Mario, non voglio farmi troppe illusioni «Nelle Tue mani, Signore, raccomando il mio spirito!».

Venerdì 12 marzo - 23° giorno

L'altra notte sognavo prati verdi, cicli azzurri, alberi... ma tutto visto da dietro le sbarre della mia cella, e ciò mi dava un senso di fastidio, di rabbia, di angoscia... Questa notte ho sognato di essere a Roma, in una nuova, per me, casa di gesuiti. Era una casa grande, vi circolava molta gente, tante facce nuove... Camminavo e vedevo strade larghe, chiese monu¬mentali... Un sacerdote mi leggeva un suo libro di poesie e io ne provavo un senso di fastidio, ma stavo a sentirle lo stesso...
Poi la sveglia, la porta di ferro che si apre, il «buongiorno» dell'agente, il ritorno alla realtà. Chissà se questi sogni significano qualcosa oppure sono solo ciò che il mio subcon¬scio desidera: evadere, uscire, andar via di qui...
Oggi dovrebbe essere una giornata particolare, quella del¬la libertà o almeno quella in cui saprò qualcosa di certo, sempre a proposito della libertà. Sto andando avanti così, a docce scozzesi, con questa promessa della libertà che va e viene, sembra vicina e poi si allontana.
Sono le 8 del mattino. Questa sarà una mattinata molto lunga per me. Forse solo verso le 14 o le 15 potrò sapere qualcosa. Dovrò cercare di occupare queste ore in modo da di-strarmi, di pensare ad altro, per sottrarmi a questo pensiero ossessionante, a questa tortura psicologica. Tortura da «tor-queo», torcere, e mi si contorce tutta la mente, lo spirito, il cuore... Sento effettivamente e fisicamente il mio essere spos¬sato, le ossa rotte, la testa svuotata. Ma «loro», i giudici, se ne rendono conto? O si rifugiano sempre dietro l'alibi della «procedura» da seguire?
«I miei nemici sono vivi e forti,
troppi mi odiano senza motivo,
mi pagano il bene col male,
mi accusano perché cerco il bene.
Non abbandonarmi, Signore,    :
;,.            Dio mio, da me non stare lontano;          ,
. .., :         accorri in mio aiuto,
Signore, mia salvezza.
J    Amici e compagni         ;
si scostano dalle mie piaghe,
i miei vicini stanno a distanza». (Salmo 37; 14-23;
6-13)
Ieri pomeriggio un episodio mi ha molto colpito. Parlavo con altri compagni di sventura ed uno di essi a un certo punto ha detto le stesse parole del buon ladrone: «Per noi è giu¬sto stare qui perché scontiamo le nostre colpe, il padre invece non ha fatto niente di male...» Impressionante somiglianzà con Luca, 23,41. Questo giudizio, espresso da un pover'uo-mo mi ha commosso profondamente. Ci ho ripensato dopo e ho riflettuto su quella parola di Cristo: «Ti benedico, Padre, che nascondi queste verità ai sapienti e le riveli ai piccoli!».
Dalle 9.30 alle 11.30 faccio il passeggio nel cortile. Oggi siamo in tre. C'è un bel ciclo azzurro e fa caldo, ma si cammina su e giù solo per ammazzare il tempo. Quando torno in cella, trovo i giornali. Niente di nuovo. Le solite banalità.

Ora sono le 12.
Rifletto sull'informazione. Arrestato il 18 febbraio, dal 20 al 24 tutta la stampa orchestra le illazioni più assurde sul mio caso. Ma dal 25 febbraio cala come una cortina sul mio caso: di me non se ne parla più! Oggi sono 16 giorni di silen¬zio! Mi chiedo: è questa l'informazione?
Sono le 14. Nessuna chiamata fino ad ora. Che sta succe¬dendo? Sono le 14.45. Comincio a perdere le speranze. Capisco cosa vuoi dire «una belva in gabbiai ». Non ne posso più... Almeno potessi sapere qualcosa...
Alle 15 meno 5 mi chiamano. Corro dall'avvocato con tanta speranza in cuore. Ma ricevo un'altra delusione. L'interrogatorio dei genitori del Leonardo è terminato molto tardi e i giudici mi offrono una scelta: o restare in carcere altri 12-15 giorni, cioè fin quando non verrà formalizzata l'istruttoria, oppure uscire lunedì, ma andare per quello stesso periodo di tempo fuori Napoli! È vero che loro saranno animati da buoni propositi, ma a me pare una proposta atroce: ti viene offerto di scegliere il «modo» di come vuoi esser fatto fuori! Restare in carcere significa soffrire l'isolamento e tante altre cose, ma anche lasciare Napoli è dura, anche se per poco (relativamente). Dopo il carcere, l'esilio! Si tratterebbe di una libertà vigilata... (allora sono davvero socialmente pericolo¬so?). Mi si vorrebbe mandare a L'Aquila, ma in questo contesto per me non sarebbe una gioia. Tutt'altro! Chiedo all'avvocato Vitiello, se — invece dell'Aquila — potrei andare al     i Gesù Nuovo, impegnandomi a non uscire, oppure a Vico Equense, a Salerno, a Pomigliano d'Arco... Lui si annota queste località. Mi promette che farà di tutto per accontentarmi... Ma è certo che resto sconvolto da questo sviluppo della vicenda. Non devo far rumore. Il «caso Santucci» deve lique¬farsi senza dare minimamente nell'occhio. Il mio dialogo con l'avvocato è abbastanza concitato, mi sembra di subire una enorme ingiustizia, poi cedo alla forza maggiore e la mia vigliaccheria ha il sopravvento. Scelgo l'esilio, là dove sarà... Tanto 15 giorni passeranno presto! Tutto ciò dovrebbe accadere lunedì, quindi ancora due giorni di carcere. Sono digiuno da stamattina, esaurito. È come quando una persona, lungamente torturata, si dichiara colpevole, purché finisca la tortura.

Poco dopo viene a trovarmi Padre Cocozza e anche lui è favorevole alla soluzione dell'esilio. «L'importante è uscire — mi dice — poi si vedrà».
Alle 17 vado a celebrare la Messa. Mi sento come un agnello condotto al macello. Piango molto. Gioia e rabbia si intrec¬ciano. Mi sento svuotato. Prego per i miei giovani, affinchè tutti possiamo uscire rafforzati da questa incredibile prova...

Sabato 13 marzo - 24° giorno

Allora, se tutto va bene, dopodomani dovrei essere fuori... Questo è il primo pensiero del mattino, appena mi sveglio. Ma non c'è gioia piena. La gioia è velata dalla tristezza di aver accettato il «compromesso»... Stanotte alla una ancora televisioni accese ad alto volume. Sonno sempre interrotto. Una cosa è certa: così si diventa pazzi! Altre 24 ore e poi altre 24... Spero che trascorrano nel migliore dei modi.
Alle 9.30 inizio il passeggio fino alle 11.30. Lo faccio per ingannare il tempo. Su e giù in un freddo cortile di cemento, dalle alte mura di cemento, dal pavimento di cemento. Peccato che non possano fare anche il ciclo di cemento! Sono in compagnia di Nunzio, un altro povero cristo come me. Quando ritorno in cella, riprende la paranoia! Alle 12, pranzo. Ormai sto abituandomi ai tempi sfalsati. Mangio ciò che passa il convento: riso e patate e pollo lesso. Alle 12.10 ho già terminato di mangiare e ho anche lavato i piatti. Alle 12.30 viene Padre Cocozza e resto con lui fino alle 14. Mi parla della inaugurazione, ieri sera, della Mostra Mercato organizza^ ta dalla Fondazione e alla quale ho tanto lavorato anch'io nella fase preparatoria. Chissà se potrò vederla! Tutto mi sembra così lontano nel tempo, tutto così assurdo! Ricevo una lette-i ra di mio fratello e piango...

Alle 16 vado a celebrare la Messa. Mentre scendo, c'è una improvvisa e violenta grandinata... vedo topi enormi scappan dalle fogne e fuggire di qua e di là... Celebro con serenità d spirito, anche se a tratti mi commuovo e piango... Torno ir cella verso le 17. Mi metto a leggere San Paolo: «... d'ora il poi nessuno aumenti le mie difficoltà perché appartengo i Gesù e le cicatrici che porto nel mio corpo (io potrei dire: ne mio spirito) ne sono la prova» (ai Calati, 6,17).
Nel corridoio sento grida di detenuti. Il vecchio pazzo, ar che lui, continua la sua lamentazione. Certe volte penso di tr< varmi in un manicomio e non in un carcere! Anche dopo le 2 continuo a sentire urla di protesta. Chissà cosa sta succedendo

Domenica 14 marzo • 25° giorno
È la quarta domenica che passo in carcere... Il frastuono di ieri sera pare sia stato causato da un altro matto... Anche stamattina ogni tanto sento urlare e sbatacchiare le sbarr Come al solito, musiche e colonne sonore di films televisi hanno accompagnato il mio sonno incerto e spezzettato, r nostante il sonnifero. Domani dovrei uscire, ma non voglio metterci il pensiero. Preferisco vivere la mia vita di carcere ora dopo ora, senza pensare a quello che verrà. Così divento un po' più tollerabile. Il tempo per i bilanci verrà, ma oggi è troppo presto. Non sono ancora le 8 del mattino. Anch'io posso ripetere con San Paolo: «tutti sanno che mi trovo prigione per la causa di Cristo» (ai Filippesi, 1,13). Tutta qui sta lettera, scritta da San Paolo in carcere, riecheggia i m sentimenti. La rileggo spesso, con grande e intensa comn zione. La sento e la faccio mia.
Alle 10 vedo Padre Mensitieri. Quella di oggi mi pare una visita un po' formale, anche se mi da assicurazione che fuori molti chiedono di me. Non sa nulla circa la data della mia uscita e questo mi sembra un po' strano. Mi dice che non nulla da dirmi da parte di Padre lappelli. Lo prego di telenare almeno all'avvocato Vitiello. Alle 10.30 torno in cella. Verso le 11 mi chiamano al colloquio.
C'è l'avvocato Vitiello, Padre Puca, Padre lappelli e Padre Cocozza. Il colloquio fin dall'inizio prende una piega tesa e nervosa. Si precisa quanto detto l'altro ieri dall'avvocato. Per ora devo sparire, devo andare all'Aquila. L'ipotesi delle altre sedi alternative non è stata presa neppure in considerazione. Devo uscire dalla Campania! Soffro molto nell'ac-cettare queste decisioni. Non dovrei, al momento dell'uscita, neanche passare per il Gesù Nuovo a prendere una valigia con un po' di roba! Chiedo che almeno possa andare dieci minuti in camera mia a prendere quello che mi necessita. Nessuno dovrà sapere dove mi trovo. La stessa uscita dal carcere dovrà restare segreta! Esilio o deportazione? E a chi devo tutto ciò? Non capisco nulla, mi pare di vivere in un incubo tremendo. Non mi rendo conto di quello che mi sta succedendo. Non riesco a capire a fondo ciò che vogliono e/o temono sia i giudici che gli avvocati. È una dura realtà da accettare, spero solo che duri lo stretto necessario. Ancora non potrò rivedere la mia comunità e i miei giovani. Ed io che pensavo di andare a passare un certo periodo di tempo con loro!

Domani dovrebbe essere la giornata... Alle 13.15 torno in cella, accompagnato da Padre Cocozza, il quale mi ha portato del cibo cucinato dalle suore della comunità di Suor Lidia.
Poi resto solo con tanta amarezza. Capisco cosa effettivamente vuoi dire «restare solo!» Alle 17 viene Don Elvio e mi intrattengo un'oretta con lui. Alle 18 celebro la Messa. Oggi sono arido. Non ho più lacrime. Sono davanti a Dio con tutto il mio strazio e i miei dolori. Alle 18.50 sono di nuovo in cella, solo. Dovrebbero essere le ultime ore. Le conto come un bambino conta i giorni e le ore che mancano alla fine della scuola. Ancora circa 20 ore, e poi?... Alle 20, al solito, si sbarrano le doppie porte. Sarei più tranquillo se non mi ar¬rivasse alle orecchie il motivo di canzonette ad alto volume. Sto al buio (la luce filtra dal corridoio) e non sento in me desideri di sorta. Vivo quasi in uno stato di abulia. Domani se¬ra dove sarò?

Lunedì 15 marzo • 26° giorno

Questa notte, tra le 3.30 e le 4 ho inteso diversi spari, una quindicina, alcuni continui, altri dopo una certa pausa. Poi ho sentito aprire la porta delle celle, voci, rumori... Naturalmente, con tutto il sonnifero, il sonno è andato via. Ora sono le 7.40 e attendo di essere accompagnato nella cappellina per celebrare la Messa. Così, se dovrò uscire, mi troverò avvantaggiato. Ma la burocrazia sarà in grado di farcela?
Alle 8.10 celebro la Messa: l'ultima in questa cappellina?
Ritorno in cella e faccio colazione. Ora sono le 9 e attendo di essere chiamato a fare il passeggio, così passeranno altre due ore. Ma anche se oggi non cambiasse nulla, mi sfor¬zerò di restare tranquillo. Sarebbe una prova in più del bu-rocraticismo della legge.
Dalle 9.30 alle 11 faccio il passeggio. Il ciclo è azzurro, ma percorso da nuvole che a tratti coprono il sole. L'aria è ancora fresca e da ieri ho un forte mal di schiena. Durante questi passeggi l'unica cosa che si vede è il ciclo, perciò que¬ste mie notazioni.
Torno in cella: sono le 11.10. Il tempo passa molto lentamente. La testa scoppia. Sono le 13.15. L'orologio sembra fermo. I minuti non passano mai. Passeggio, mi corico; passeggio, mi corico. Sono le 14. Ho cercato di dormire ma ho pianto. Forse, niente anche oggi. Soffrire tanto, perché?

Ore 15. Se questa non è tortura... Sono sveglio dalle 4 di stamane. Sono trascorse 11 ore di «suspence» e non è successo niente! Undici ore sofferte inutilmente, in attesa di una notizia, buona o cattiva che fosse... Invece nulla! Ora l'avvocato non verrà più e comincia un'altra attesa, quella di Padre Cocozza. Verrà? E quando? Tremo tutto, la mente non riesce a pensare. Potessi almeno fare qualcosa di utile... Dopo essermi dibattuto in cella, chiedo di uscire un po' nel corridoio per sgranchirmi le gambe. Mi fanno scendere al pianterreno. Il mio andare su e giù diventa sempre più veloce e convulso, tanto che Nicola mi dice che non ce la fa a tenermi dietro e si siede su una panca. Il mio andare diventa parossistico. Sono sempre in attesa. Penso: «Forse mi faranno uscire all'imbrunire, per non dare nell'occhio». Alle 17.30 vedo un addetto alla matricola che rientra. Gli chiedo se ci sono novità per me. Mi dice che il mio ordine di scarcerazione non è arrivato, altrimenti lui lo saprebbe. Avviene in me un vero crollo psicologico. Avverto un mancamento. Mi ritrovo sul letto, in cella, non so come. Accanto a me è Nicola e una guardia. Mi sento prostrato, senza forze. Ho l'impressione netta di morire. Piango. Chiedo un cardiotonico, mi portano delle gocce di valium. Resto stremato sul letto e accetto la morte che il Signore vorrà mandarmi.
Passa del tempo, poi verso le 18.30 vengo chiamato dal Comandante. Una guardia mi accompagna. Mi tiene sottobraccio. Mi trascino.
Il Comandante Mignone mi riferisce di una telefonata di Padre Cocozza, giuntagli verso le 15 e che mi riferisce solo ora, perché impegnato in cose urgenti. Non afferro bene quel che mi dice. Mi pare di essere in uno stato di torpore. Comunque comprendo che devo restare in carcere.
Almeno finisce questa situazione di incertezza! Più tardi posso comunicare telefonicamente col Cappellano e lo prego di telefonare al Gesù Nuovo per farmi sapere qualcosa. Anche qui, più tardi, arriva una risposta vaga. Spero solo che domani qualcuno si degni di farmi sapere notizie precise.

Oggi ho sofferto moltissimo, fisicamente e moralmente.
Sono le 21.30. Finalmente, a un certo punto, ritrovo pace e serenità intcriore. Mi viene in  mente quella invocazione delle litanie del Sacro Cuore e le ripeto continuamente,
monotonamente... Cor Jesu, saturatum obbrobriis, miserere mei.
Comprendo cosa vuoi dire un cuore saturo di obbrobri, di dolore, di angoscia, di tormento... Ho messo il cuore vicino al Suo...    ;

Martedì 16 marzo • 27° giorno

Mi sveglio alle quattro del mattino. Piango a lungo. Alle 8 chiedo nuovamente le gocce di valium. Mi sento stordito. Non mi sono vestito, non mi sono lavato, non mi son fatto la barba. Sto col cappotto addosso e scrivo.
Sono le 10. Scrivere mi da un senso di evasione, di liberazione. Scrivendo posso sfogarmi in qualche modo. Ho la sensazione che oggi avrò brutte notizie, che dovrò restare qui dentro a lungo. Perché? Ce la farò?
Ho pensato — stanotte — molto alla morte. Morire in carcere. E senza aver fatto nulla! Forse il Signore vuole da me questo sacrificio totale della mia persona e della mia opera? Avrò il coraggio e la forza di dire il mio «fiat»? Mi trascino stancamente nella cella. Oggi non ho la forza fisica di fare il passeggio. Non attendo nulla. Sono le 11.40. Provo indifferenza a tutto. Dal corridoio giungono a tratti grida di altri detenuti. Due sono pazzi. Le televisioni urlano le loro colon¬ne sonore.

Alle 13 viene Padre Cocozza. Anche lui non sa bene perché mi trovo ancora dentro. Pare che ieri siano emersi elementi nuovi (a mio favore o a mio danno?) e per questo motivo tutto di nuovo è in alto mare! Cose da pazzi! Quando gli stessi giudici avevano promesso la libertà provvisoria a determinate condizioni, da me accettate, sia pure malvolentieri, ora tutto sembra venir rimesso in discussione! Quindi, adesso, è prematuro fare supposizioni ipotesi... Una settimana, due, tre... forse attendere fino al processo. Ci vuole solo la fede per accettare questa realtà così assurda!
Alle 15.10 viene l'avvocato Vitiello. Mi accenna ad una situazione pericolosa per me, poi felicemente superata nella giornata di ieri (ma perché non parlare chiaro?) e mi confer¬ma che l'uscita è vicina.
Devono soltanto — gli avvocati delle altre parti — firma¬re per rinunciare ai termini a difesa. Alcuni l'hanno già fatto, altri dovrebbero farlo tra domani e dopodomani. Il cuore si riapre alla speranza.
Pare però che la clausola dell'allontanamento temporaneo sia ancora valida. Credo che molte cose verrò a saperle in modo chiaro solo quando sarò fuori. Mi dice l'avvocato che, addirittura, da parte del magistrato, era stata ventilata l'ipotesi di un mio «confino» in un convento della Toscana! Cose da pazzi! Come se fossi l'ultimo dei criminali! E gli avvocati cosa hanno fatto, cosa hanno detto?

Alle 17 celebro la Messa. Quindi, prima di tornare in cella, mi intrattengo a scambiare quattro chiacchiere con altri detenuti.
Alle 19.30 sono di nuovo solo. Fortunatamente mi sento sereno e rilassato. Mangio un piatto di pasta cucinatemi da Ni¬cola. Alle 22.30 vado a dormire, dopo aver preso due sonniferi.

Mercoledì 17 marzo - 28° giorno

Monotonia. Grigiore. Noia. Rabbia. Speranza. Questi i sentimenti che si intrecciano questa mattina nella mia mente e nel mio cuore. Ho cominciato la giornata alle 7, dopo un sonno tranquillo, dovuto a una doppia dose di sonniferi. Ho scritto ad Alfonso e a Telemaco. Mi accingo a fare il passeggio.
In tutta questa vicenda ci sono molti punti oscuri da chiarire. Ieri sera, da alcuni detenuti nella cella di fronte alla mia, mi è stato mostrato un rotocalco (Cronaca Vera) con l'asser¬zione di un giudice circa la mia colpevolezza. Loro possono parlare e io no?
Oggi sono 21 giorni di silenzio stampa sul mio conto. «Cui prodest?» Nessuno si domanda che fine ho fatto? L'avvocato Vitiello mi dice sempre che questo silenzio è a nostro favore, così i giudici non si arrabbiano, ma mi sembra una scusa puerile. «Quid est veritas?».
Ancora un giorno di deserto... Oggi leggo sul giornale «Generale dei Carabinieri, arrestato in aula, colto da malore». Era prevedibile... Implicato in trame nere, credo, ora si tro¬verà ricoverato in qualche infermeria e tra breve sarà scarcerato... Leggo anche dello stesso processo farsa ad Andreotti e compagni accusati come me, di favoreggiamento... oh, che bella giustizia! (con la «g» piccola, piccola).

Dalle 9.30 alle 11 faccio il passeggio nel corridoio abbandonato del Centro Clinico. Sporcizia accumulata dai tempi del terremoto. Mentre cammino su e giù un lavorante spaz¬za sommariamente una cella abbandonata e vi piazzano tre giovani tossicodipendenti a fare le flebo. Ridono e scherzano tra loro. Appena usciranno probabilmente torneranno a bucarsi... Torno in cella, leggo un po' e poi mi assopisco. Mi desta Padre Cocozza alle 12. Mi porta un po' di cibarie e, cosa più importante, lettere di Alfonso e di Gianni. Quando si è dentro, vale più una lettera che non un pasto succulento! Dopo un poco, Padre Cocozza va via e io mangio qualcosa.
Sono le 12.30. Sono contento che non ci siano state visite. Sarebbero state piene di convenzionalismi inutili e non le avrei sopportate. Mi sento tranquillo. Cerco di riposare. Nel corridoio, al solito, grida, bestemmie, musica... Sono arrivati da poco alcuni giovani che gridano in continuazione e bestemmiano al massimo. Forse la mia presenza in questo luogo serve a neutralizzare tanto male. Alle 17 scendo in cappella. Celebro con pace e gioia interiore.

La parola «sacrificio» ha per me — ora — un significato nuovo. Oserei dire che solo in questi giorni sono stato prete veramente, a tutti gli effetti. Ogni Messa ha segnato un passo avanti, una scoperta do¬lorosa ma utile. Dopo 20 anni di sacerdozio, solo ora sono prete nel senso più vero della parola, sacerdote e vittima. Non sono più io che vivo, ma è il Cristo che vive in me. Oggi posso afferrare il senso intimo di questa affermazione paolina. Gesù non mi si è sottratto mai in questi giorni di prova. È restato l'amico per eccellenza, Colui che non ti abbandona mai. Confidenza filiale, anzi fraterna, amore adulto, compar¬tecipazione piena... adempio ciò che manca alla sua passione.
Alle 18 sono di nuovo in cella. Faccio un po' di bucato, prego, leggo... Sempre col tormento delle grida che vengono dalle varie celle: chi impreca, chi urla, chi ride... Quanto poco ho pensato finora a questi miei fratelli... Offro tutti i miei sacrifici anche per loro, perché anch'essi possano scoprire la strada dell'amore misericordioso di Dio.
Sono le 20.30. Mangio qualcosa del cibo avanzato da stamane. Poi il solito rito delle porte sbarrate, delle chiavi che girano nelle toppe. Sono solo, ma chissà quanti amici ades so stanno pensando a me.
Domani è un altro giorno!

Giovedì 18 marzo • 29° giorno
Una nuova giornata. Ciclo grìgio. Penso che saranno altre 24 ore senza illusioni. Non credo nella libertà odierna. Gli avvocati domani mi diranno che si sono frapposti altri ostacoli imprevisti e che bisognerà aver pazienza ancora per qualche altro giorno. E intanto, in questa attesa scandita di giorno in giorno dalle mie lacrime e dai miei passi su e giù, non si prendono iniziative, ma si attende con una inerzia che puzza di morte. Un mese fa, il 18 febbraio, l'arresto. Un mese sequestrato qui dentro, con la salute che si deteriora di giorno in giorno e con la coscienza di essere perfettamente innocente. Penso che la carcerazione preventiva possa chiamarsi anche «sequestro di Stato». La stampa «non può» parlare a mio vantaggio. Molti motivi umani dicono che «non conviene». La magistratura, invece, può continuare a sparare a zero. Ho riletto con maggiore attenzione l'articoletto apparso ieri su «Cronaca vera». Tutto orchestrato con verbi al condizionale (per evitare forse una querela...) a un certo punto però dice: «II magistrato si dichiara certo: "Abbiamo raccolto testimonianze sufficienti. Padre Santucci ha ricevuto gli ordini e li ha eseguiti. Il clan di Cutolo aveva interesse a far uscire dal carcere Tango e Leonardo e mandare dentro altri di una banda rivale"» (N. 498 del 24.3.82 - pp. 42-43).

Chi è questo magistrato così certo? Quali sono queste testimonianze? Io eseguire «ordini»? E per quale motivo, per denaro o per paura? Che lo si provi! E perché poi articoli che conti¬nuano a gettare il fango su di me (con vere o presunte dichiarazioni di magistrati...) si possono pubblicare, mentre, a mio favore, si invoca il silenzio stampa? Sono 22 giorni che «ufficialmente» sono come morto.

Stanotte, anche con due sonniferi, ho avuto un sonno frammentario... Urla, porte sbattute... Ora sono le 8.45. Il solito battere sulle sbarre, un rito perverso ed inutile che serve so¬lo a farti saltare sempre più i nervi.
Con la mia mentalità, ritengo che da parte di superiori e di avvocati si agisca con troppa prudenza umana... perché si teme il «ricatto» dei giudici. È un ragionamento che asso¬lutamente rifiuto e non accetto!
Ore 9. Leggo i giornali. Persiste il silenzio. Ore 10. Vado a passeggio nello squallido e lurido corridoio parallelo al mio, ex Centro Osservazione Criminologica, una struttura attrez¬zata con macchine moderne e costose, ma abbandonate dopo la tragica morte del Prof. Paolella e il successivo terre¬moto. Resto a passeggiare fino alle 11.30 cantando ad alta voce e dicendo il rosario. Torno in cella, pranzo (si fa per dire) e alle 12.10 cerco di riposarmi un po' sul letto. Ho già chiesto   di   fare   anche   l'altro   passeggio  che   inizia   alle   13.   Per potermi stancare camminando e distrarmi..

Alle 12.30 mi chiamano. Una guardia infermiere mi dice che il Comandante vuole parlarmi. Mentre scendo le scale, mi imbatto con un'altra guardia che, sorridendo, mi dice: «È libero!». Avviene un piccolo battibecco tra i due, perché la cosa non si doveva sapere. Ma perché tanti misteri? Io resto calmissimo e dico: «Torniamo su a prendere la mia roba. Se qualcuno chiederà dove andiamo, voi direte che sono stato rasferito al Padiglione Firenze». Raccolgo in fretta la mia roba e lascio definitivamente la cella. Mi dispiace di non poter salutare Mario, Nicola, Nunzio e tutti gli altri che in questi giorni mi sono stati vicini e mi hanno dimostrato tutta la loro amicizia. Li porterò sempre nel mio cuore. Raggiungo l'ufficio Matricola, dove trovo ad attendermi Padre Cocozza e l'avvocato Vitiello Junior. Mi restituiscono gli oggetti personali e il danaro. Pianto una piccola grana, perché la somma depositata viene decurtata di 500 lire. Marche da bollo!

Sono fuori! C'è ad attendermi una macchina con Padre Giordano e Padre lappelli. Pianto un'altra grana. Sorge subito un diverbio, non so cosa vogliano fare di me, dove vo¬gliano condurmi e mi rifiuto di salire in macchina. Mi avvio a piedi. Vitiello mi raggiunge, mi prega ripetutamente e mi convince a salire in macchina. Dopo poco, sento mancarmi l'aria. Apro i finestrini e respiro affannosamente. Mi sento male. Ancor prima di arrivare a Piazza Nazionale (così mi pare) perdo i sensi.
Mi ritrovo al Gesù Nuovo, in camera mia, a letto. Vicini mi sono l'infermiere Peppino, Padre Russo, Padre lappelli. Altri Padri vengono a trovarmi. I ricordi sono confusi. Rientro pian piano nella normalità. La doccia, la visita del dottor Siani.

Quello che non digerisco è l'ingiunzione di lasciare Napoli, da parte di Padre Puca. Vivace scambio di opinioni per telefono. Parlo telefonicamente anche con mio fratello a L'Aquila. Verrà domani mattina. Sempre per telefono, riesco a parlare anche con Alfonso. La commozione è grande.

Alle 19.45 vado nella Cappella Domestica e celebro la Mes¬sa in ringraziamento per la libertà ottenuta. Ma quante prove ancora mi aspettano! Mi dicono che i giudici hanno un fascicolo di accuse contro di me di trenta pagine. Ma cosa ho fatto? E anche se fossero trecentomila, ho la mia coscienza serena e tranquilla. Perché tanto timore? Perché lasciare Napoli, in fretta e alla chetichella? Come se fosse una fuga!

Ho la morte nel cuore. Penso ancora una volta agli amici lasciati dietro quelle schifose mura, Mario, Nicola, Nunzio e tutti gli altri. Chissà come saranno restati male a non ve¬dermi. Però li so felici per la mia liberazione.


Venerdì 19 marzo - 1° giorno di libertà

Ho dormito poco e male. Angustia profonda. Alle 8.30 celebro la Messa. Nello spezzare dell'Ostia, ho provato la sen¬sazione di spezzare me stesso. Dopo la Messa viene a parlarmi Padre Giampieri che ieri sera avevo visto e avevo pregato di parlare con Padre Puca. Mi riferisce sulla telefonata avuta. Padre Puca gli ha detto che i giudici addirittura volevano darmi il domicilio coatto e che quindi il fatto di andare all'Aqui¬la è una grande concessione.
Penso che questa misura del domicilio coatto vada data solo a grandi malfattori capaci effettivamente di nuocere. Allora mi giudicano tale? Oggi partirò con la morte nel cuore. Questi uomini che prendono tali disposizioni e le avallano, ne dovranno rendere conto a Dio. Tutti i dolori si riescono a sopportare, ma questo scaverà qualcosa di indelebile nel mio animo. La cicatrice di Poggioreale potrà rimarginarsi e scomparire, questa mai!
Saprò, in seguito, in una altalena di voci, che il domicilio coatto non è stato dato, ma è come se fosse stato dato... Notizie vaghe, vedutamente imprecise che contribuiranno a ren¬dermi sempre più teso e nervoso.

Mattinata triste. Preparo la valigia. Trovo da parte di tutti una estrema chiusura mentale alle mie esigenze. Sulle pia¬ghe del carcere si versa il sale dell'esilio. La cornice esterio¬re è di festa. È San Giuseppe. Ma io sono frastornato. Mi sento come drogato. Durante il pranzo arriva mio fratello accompagnato da mio cognato, e appena dopo mangiato, si parte. Mi sento più ammanettato oggi che non quando i carabinieri mi condussero in carcere. Tutto il viaggio mi appare come un sogno.

Alle 20.30 sono all'Aquila. Comincia l'esilio.

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