Atto d'accusa contro ogni forma di ingiustizia - Giornale periodico on line a carattere politico e culturale
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Vita, Democrazia, Giustizia e Libertà in Itaglia. Sono soffocate dal terrorismo giudiziario. Lo dimostra la conclusione, al momento, del caso Sallusti

sallusti il giornaleIl 23 Settembre  Alessandro Sallusti,  direttore del  “ il Giornale” ha evidenziato come  «Nessun giudice può mandare in carcere qualcuno per le sue idee. Se accettassimo questo sarebbe la fine della democrazia». La Corte di cassazione, respingendo oggi il ricorso per l’annullamento della sentenza emessa dalla Corte d’appello di MILANO che ha condannato SALLUSTI alla pena di un anno e due mesi di reclusione senza condizionale ha semplicemente confermato come in Ita(g)lia ormai da tempo sono morte Democrazia, Giustizia e Libertà. Nel silenzio ignobile dei pagliacci che oggi vi gestiscono il potere in nome e per conto del G.U.M. (governo usura mondiale) con la complicità di un sistema di terrorismo giudiziario asservito a quel potere sul quale non ha il coraggio di indagare e che condannando Giornalisti come SALLUSTI lancia il messaggio terrorizzante: “Il Giornalista che tocca il NOSTRO potere e si permette di respingere la cultura di morte che domina l’Occidente sarà colpito a morte e condotto in carcere”. Perché è questa l’essenza del problema e la ragione della condanna di SALLUSTI per “non avere vigilato” sulla pubblicazione sul proprio giornale di un articolo in cui si riferiva di un provvedimento giudiziario che, come tantissimi altri emessi dagli operatori del sistema di terrorismo giudiziario che opera in Itaglia, aveva riaffermato la cultura della morte. Di fronte alla quale non esistono né Democrazia, né Giustizia, né Libertà. Un giudice, tale COCILOVO di TORINO, si è identificato nel redattore di quell’articolo pubblicato a MILANO da LIBERO sulla base di una notizia comparsa su LA STAMPA di TORINO.

abortoIn sintesi: Una ragazzina di 13 anni resta incinta, i genitori vogliono che abortisca, lei sottoscrive la richiesta e il GIUDICE TUTELARE – COCILOVO – autorizza l'interruzione di gravidanza. La piccola finisce in cura da uno psichiatra. La Stampa racconta la storia e i giornali si dividono nella valutazione di quell’“autorizzazione”.
Si pone il quesito “ come mai s'è messa una 13enne sotto i ferri per farla abortire senza almeno tentare vie meno traumatiche?”. Su Libero, diretto da Sallusti, si riporta l’accaduto in un articolo  a firma Dreyfus, nel quale si legge fra l’altro: «Qui ora esagero ma prima di pentirmi domani scrivo: se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice». Questo è tutto. E’ la denuncia nobile e coraggiosa di come una cultura di morte abbia reso possibile l’autorizzazione a fare abortire una bambina di 13 anni. Il nome del giudice autore dell’autorizzazione-sentenza non è citato. Ma tale COCILOVO da TORINO dichiara di identificarsi con chi ha dato quell’autorizzazione sciagurata che ha portato all’aborto della bambina, di sentirsi  diffamato e querela chiedendo ai colleghi di MILANO di procedere contro DREYFUS (nome del giornalista sconosciuto che ha firmato l’articolo) e il direttore del giornale.

alessandro sallustiALESSANDRO SALLUSTI ricostruisce la prima fase del percorso del terrorismo giudiziario verso la condanna definitiva: «In primo grado sono stato condannato a cinquemila euro di multa più diecimila di risarcimento, nonostante l'accusa avesse chiesto per me due anni di carcere. Al momento di stendere le motivazioni della sentenza, il tribunale si pente: ho sbagliato a non dare a Sallusti anche una pena detentiva, scrive nero su bianco, ma ormai è fatta. Che cosa è intervenuto tra la sentenza e la stesura delle motivazioni? Non è che per caso qualcuno ha privatamente protestato per la mitezza della condanna, che a mio avviso era invece più che equa, non avendo io diffamato nessuno? La risposta arriva in appello: due anni forse sono troppi, ma quattordici mesi ci stanno». Sono le amare considerazioni di SALLUSTI pienamente confermate dallo sviluppo della vicenda. Contro la sentenza del tribunale di MILANO propone appello  il sostituto procuratore generale Lucilla Tontodonati perché, Sallusti era stato condannato ad appena cinquemila euro di ammenda e invita la Corte d’appello a chiuderlo in carcere. E a tanto provvede  la Corte d'appello di Milano condannando  Sallusti alla pena di  quattordici mesi, senza condizionale.  «Con riferimento alla posizione di Sallusti – si legge nella sentenza della Corte d'appello - va riaffermata non solo la natura diffamatoria dell'articolo a firma Dreyfus, ma anche la falsità della ricostruzione dei fatti».

Ma nel furore anti SALLUSTI la sentenza alla fine da addosso proprio a COCILOVO. Dopo avere considerato del tutto irrilevante che il giudice Cocilovo non venga mai citato nell'articolo, neanche velatamente, perché: «il suo nome era stato indicato in precedenza in varie sedi, cosicché era facile leggendo gli articoli di cui è processo ricollegare alla sua persona il giudice indicato in maniera anonima negli stessi».

Ovviamente non viene individuato né indicato nella sentenza neppure un soggetto, che sia uno, che abbia mai ricollegato a COCILOVO il giudice autorizzatore dell’aborto. Né s’è data pena la sentenza di disporre un’indagine per trovare almeno un sospetto logicamente sostenibile della riconducibilità all’articolo firmato Dreyfus della colpa delle «minacce ricevute dalla parte civile nei giorni seguenti alla pubblicazione degli articoli (...) proprio quest'ultima circostanza evidenzia in maniera incontrovertibile la facile riconoscibilità del giudice di cui si parla negli articoli, anche se non ne è esplicitamente indicato il nome». Ed è appena il caso di osservare come la logica interna stessa della sentenza di condanna è andata a farsi fottere dal momento che se “negli articoli” pubblicati si fosse trovata la causa delle asserite minacce telefoniche questa non poteva più rinvenirsi nell’articolo pubblicato su LIBERO e quindi nulla poteva giustificare la severità della sentenza. Meno che mai quella severità può essere motivata col fatto che la presunta vittima è un magistrato: «La soglia di lesività si presenta molto elevata ove si consideri che la parte civile svolgeva all'epoca dei fatti la funzione di giudice tutelare, figura professionalmente volta alla tutela degli interessi dei soggetti deboli». E’ questo il passaggio della sentenza d’appello che condanna COCILOVO e non SALLUSTI. E che fa ritenere come ci si trovi dinanzi alla confessione freudiana di come la sentenza d’appello avendo scoperto come NON SI FOSSE PROVVEDUTO “…alla tutela degli interessi dei soggetti deboli …” dal momento in cui s’è semplicemente accolta la richiesta di una bambina di tredici anni autorizzata ad abortire senza alcun tentativo di farla riflettere sul valore della vita che portava in grembo, sugli aiuti che avrebbe potuto avere per farla crescere accanto a se, sul rimorso che avrebbe potuto accompagnarla per tutta la vita per avere soppresso, sia pure autorizzata, la vita che portava in grembo, ABBIA PROVVEDUTO A COPRIRE LA MANCATA TUTELA DEGLI INTERESSI DELLA POVERA TREDICENNE condannando al carcere invece che all’ammenda chi aveva pubblicato l’articolo contro la cultura di morte di cui immediatamente COCILOVO si era dichiarato assertore facendosi conoscere come tale con la querela. E’ questo l’aspetto infame della vicenda SALLUSTI. Cui va la nostra completa solidarietà dopo che la Corte di cassazione, nel pomeriggio di oggi, 26 Settembre 2012, ha avallato la sentenza che ha approvato l’“autorizzazione” data in omaggio all’ideologia di morte che la sottende.

Non avevamo mai creduto che potesse fare qualcosa per impedire lo scempio della Vita, Democrazia, Giustizia, Libertà, l‘“interessamento” enunciato da chi nella cultura della morte si crogiolava dai tempi della Rivoluzione Ungherese e li rinverdiva con le prese di posizione sulla vicenda che ha portato alla morte di Eluana ENGLARO. Nelle dichiarazioni farisaiche abbiamo trovato solo quella di una Grande Giornalista prima che parlamentare degna di essere indicata come di reale reazione alla cultura di morte alla base della condanna di Alessandro SALLUSTI.

Ieri,  25 Settembre, Fiamma Nirenstein, Vice Presidente della Commissione Esteri, sola come spesso le accade nel rivendicare valori di Coraggio, Dignità, Libertà, ha affermato fra l’altro come “L’idea del possibile arresto di Alessandro Sallusti è un abominio, è la rappresentazione plastica della violazione della libertà di opinione, pilastro della cultura occidentale”. Aggiungendo “Particolarmente in questo periodo di attacco internazionale alla libertà di scrivere, di parlare, di filmare, speriamo che prevalga il buon senso e lo stato di diritto. E’ indispensabile comunque che quanto prima noi legislatori si voti una legge che elimini l’obbrobrio della pena detentiva per il reato di diffamazione” ha aggiunto. 

Al commissaria alla giustizia dell’U.E. Viviane Reding è stato chiesto se non ritenga che siano stati violati i principi di libertà di espressione e libertà di stampa che ispirano la carta dei diritti dell'Unione europea con la vicenda SALLUSTI.
E’ troppo sperare che l’EUROPA possa partire da questa vicenda per disporre un’indagine sul sistema di terrorismo giudiziario vigente in ITAGLIA come il caso SALLUSTI documenta ancora una volta?
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Direttore Ernesta Adele Marando. Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.